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Quando a fine giornata ti racconti che va bene così
Redazione marioantonelli.it · 2 novembre 2026
Da dove nasce questo testo
Testo originale di Mario Antonelli, scritto per marioantonelli.it. Lo stesso filo di pensiero attraversa il libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze e le puntate dei suoi podcast.
L'articolo in breve
Dirti che va bene può evitarti una verità scomoda. Guardare i fatti senza metterti sotto processo ti aiuta a capire che cosa vuoi davvero. Nelle relazioni succede qualcosa di simile quando una conversazione ti lascia insoddisfatto e la chiudi dentro di te con un pensiero rassicurante: non era importante. C’è poi un terzo punto essenziale: accorgerti che ti stai raccontando una versione comoda non richiede di metterti sotto processo. Quando torna quel rapido «va bene così», può essere utile ricordare una frase autentica di Mario: «Riconoscersi è già metà del lavoro: quasi tutto ciò che ci sembra strano, lo pensano in tanti».
L'articolo completo
Quella risposta prima di fermarti
A fine giornata ripensi a qualcosa che non è andato come speravi e ti dici che, in fondo, va bene così. Può essere una conclusione ragionevole, oppure quella più comoda per non pensarci ancora. Ti è mai capitato di chiederti se ci credi davvero o se, per oggi, preferisci raccontartela così?
Le spiegazioni che ci fanno comodo
A casa continui a riempire la giornata di cose da fare e ti ripeti che per ciò che desideri non c’è tempo. Gli impegni ci sono, non te li sei inventati. Eppure, quando ripensi a come hai trascorso le ore, resta una domanda: è mancato soltanto il tempo, oppure hai evitato di chiederti quanto conta ancora quel desiderio? Non significa che avresti potuto fare tutto. Significa che le due spiegazioni non sono necessariamente la stessa cosa.
Sul lavoro porti avanti un progetto al quale tieni. Qualcosa non funziona come avevi previsto, ma ogni difficoltà trova subito una spiegazione che lascia intatto il piano iniziale. Può darsi che quelle spiegazioni siano giuste. Il punto non è dichiarare sbagliato il progetto alla prima fatica, ma accorgerti se stai guardando anche ciò che lo mette in discussione oppure soltanto ciò che ti permette di continuare a considerarlo valido.
Nelle relazioni succede qualcosa di simile quando una conversazione ti lascia insoddisfatto e la chiudi dentro di te con un pensiero rassicurante: non era importante. A volte è proprio così, non ogni parola merita ore di riflessione. Altre volte, però, quella conversazione continua a tornarti in mente. Allora forse non stai semplicemente dando il giusto peso a un episodio: stai cercando una spiegazione che ti risparmi la scomodità di riconoscere quanto ti riguarda.
Sono situazioni diverse, ma hanno un passaggio in comune. Prima ancora di capire bene che cosa è successo, possiamo aver già scelto la versione che disturba meno i nostri programmi. Succede anche a noi, magari con spiegazioni molto curate. Essere convincenti, però, non ci rende automaticamente precisi.
Guardare senza metterti sotto accusa
Nella puntata 766 di You Leader, dedicata all’autoinganno, Mario Antonelli parte da una domanda semplice: quanto è comodo credere a quello che ci raccontiamo? Il centro della riflessione non è scoprire una colpa, ma riconoscere quella comodità. Una spiegazione può sembrarci particolarmente convincente anche perché ci consente di lasciare tutto com’è, senza disturbare i piani ai quali siamo affezionati.
Questo non significa sospettare di ogni nostro pensiero. Se una giornata è stata piena, è stata piena; se un progetto incontra un ostacolo, non per questo va abbandonato. La differenza sta nella disponibilità a considerare anche il pezzo che non ci piace. Possiamo riconoscere gli impegni reali e domandarci se spiegano tutto. Possiamo tenere a un progetto e ammettere che un fatto non coincide con le nostre previsioni.
Il secondo passaggio riguarda proprio la verità scomoda. A renderla difficile da guardare può essere ciò che rischia di cambiare nei nostri piani. Finché la spiegazione resta quella abituale, non dobbiamo rimettere in discussione niente. Riconoscere una contraddizione, invece, apre una domanda alla quale magari non sappiamo ancora rispondere. Non è piacevole, e far finta che sia facile non renderebbe più onesta la riflessione.
C’è poi un terzo punto essenziale: accorgerti che ti stai raccontando una versione comoda non richiede di metterti sotto processo. Aggiungere un’accusa non chiarisce i fatti. Puoi correggere il modo in cui guardi una situazione senza trasformare quella scoperta in un giudizio su tutta la tua persona. La domanda resta circoscritta: sto considerando ciò che accade oppure soltanto ciò che mi conviene considerare?
Quando torna quel rapido «va bene così», può essere utile ricordare una frase autentica di Mario: «Riconoscersi è già metà del lavoro: quasi tutto ciò che ci sembra strano, lo pensano in tanti». Non è un’assoluzione da usare per lasciare perdere. È un modo per chiederti, senza sentirti un caso speciale, se riconosci anche tu quella tentazione di credere alla spiegazione meno scomoda.
Una cosa da guardare con più precisione
Puoi fermarti su tre domande brevi: che cosa è successo, concretamente? Quale parte faccio fatica ad ammettere? La mia spiegazione tiene conto anche di quella? Non servono risposte brillanti, e nemmeno una decisione immediata. Serve lasciare aperta la possibilità che la prima versione non sia l’unica ragionevole.
Oggi, prima di chiudere la giornata, scegli una sola situazione e prova a descriverla per iscritto senza giustificarla subito. Una frase può bastare. Non devi trovare per forza qualcosa che non va: potresti anche confermare la tua lettura iniziale. Il punto è arrivarci dopo aver guardato, non al posto di guardare. Essere sinceri con noi stessi può cominciare da questa piccola disponibilità, senza trasformare la serata in un interrogatorio.
Queste riflessioni divulgative non sostituiscono consulenze mediche, psicologiche, legali o finanziarie né la formazione professionale. Note legali complete
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