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Chi sei quando non devi risolvere tutto?

Redazione marioantonelli.it · 28 ottobre 2026

Da dove nasce questo testo

Testo originale di Mario Antonelli, scritto per marioantonelli.it. Lo stesso filo di pensiero attraversa il libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze e le puntate dei suoi podcast.

L'articolo in breve

Essere il riferimento di tutti può farti dimenticare i tuoi bisogni. Riconoscere il peso del ruolo aiuta a esserci senza sparire. Nella puntata 776 di You Leader, Mario Antonelli porta l’attenzione proprio sulla persona che sostiene tutti e rischia di dimenticare di aver bisogno, a sua volta, di sostegno. Quando arriva l’ennesima richiesta e senti che stai per accettare soltanto perché da te ci si aspetta questo, torna utile una frase di Mario: «Reggere tutti non significa dover reggere tutto». Nella prospettiva proposta da Mario, possiamo continuare a essere presenti senza annullarci: i nostri bisogni non sono un’interruzione fuori programma nella vita degli altri.

L'articolo completo

Quando cercano proprio te

Arriva un’altra richiesta, mentre stai ancora cercando di finire quello che avevi davanti. In famiglia, al lavoro, tra gli amici: qualcuno ha un problema e pensa a te. Ti fa piacere essere un riferimento, ma qualche volta ti chiedi: possibile che debba pensarci ancora io?

Il posto di chi tiene insieme tutto

In famiglia può succedere che, appena si presenta una difficoltà, gli sguardi si rivolgano nella tua direzione. Non hai ancora detto niente, eppure sembra già stabilito che sarai tu a occupartene. Magari conosci bene quel problema, altre volte no, ma intanto cominci a pensarci. Quello che ti serviva fare per te può aspettare, come è già successo altre volte.

Al lavoro arriva un imprevisto e ti ritrovi a prenderlo in carico mentre hai ancora il tuo da finire. Non è necessariamente qualcuno a importelo: a volte anticipi persino la richiesta. Sei abituato a essere la persona su cui si può contare e fermarti ti sembra quasi una delusione da dare agli altri. Così aggiungi anche questo, senza chiederti quante forze hai ancora a disposizione.

Tra gli amici sei quello a cui ci si rivolge quando qualcosa non va. Ascolti, cerchi una risposta, provi a risolvere. Poi capita una giornata in cui avresti bisogno tu di essere sostenuto, ma fai fatica a dirlo. Non perché agli altri non importi: magari, semplicemente, continui a presentarti come quello che regge, anche quando sei stanco.

Sono situazioni diverse, ma il passaggio si somiglia. Da una parte c’è la disponibilità, dall’altra l’abitudine a mettere i propri bisogni dopo quelli altrui. Il problema non è aver aiutato qualcuno. È accorgersi che, per continuare a farlo, stiamo smettendo di considerare anche noi stessi. E non sempre ce ne rendiamo conto mentre succede: spesso siamo troppo occupati a occuparci del resto.

Essere presenti non significa essere inesauribili

Nella puntata 776 di You Leader, Mario Antonelli porta l’attenzione proprio sulla persona che sostiene tutti e rischia di dimenticare di aver bisogno, a sua volta, di sostegno. Non mette in discussione il valore della disponibilità. Invita a distinguere quella disponibilità dall’obbligo di risolvere ogni problema, come se la nostra presenza avesse senso soltanto quando riusciamo a sistemare qualcosa.

Il primo punto è riconoscere quanto possono pesare le aspettative. Dire sì per non deludere sembra, sul momento, il modo più semplice di restare vicini agli altri. Ma se quel sì arriva prima ancora di aver ascoltato la nostra stanchezza, qualcosa di noi resta fuori dalla risposta. Ci siamo per chi chiede, mentre facciamo sempre più fatica a esserci per noi.

Non è una questione di scarsa volontà. Anzi, può riguardare proprio chi continua a mettercela tutta. Sostenere gli altri richiede forze reali, e riconoscere che quelle forze non sono inesauribili non cancella ciò che abbiamo fatto. Permette di guardare con più ragionevolezza ciò che possiamo fare adesso, senza pretendere che la disponibilità di ieri sia una promessa valida per qualunque giornata.

Quando arriva l’ennesima richiesta e senti che stai per accettare soltanto perché da te ci si aspetta questo, torna utile una frase di Mario: «Reggere tutti non significa dover reggere tutto». La domanda che apre è concreta: sto scegliendo di esserci oppure sto cercando di non deludere il ruolo che ormai ricopro? Le due cose possono somigliarsi da fuori, ma per chi le vive hanno un peso diverso.

C’è poi una distinzione che merita attenzione: a volte non siamo stanchi della vita, ma della parte che continuiamo a sostenere. Se ogni difficoltà diventa qualcosa di cui dobbiamo occuparci, anche i rapporti a cui teniamo possono pesarci. Accorgersene non significa voler meno bene alle persone. Significa riconoscere quanto ci costa sentirci responsabili di tutto quello che accade loro.

Fermarsi, allora, non equivale a sparire. E chiedere sostegno non contraddice l’essere stati un sostegno per altri. Nella prospettiva proposta da Mario, possiamo continuare a essere presenti senza annullarci: i nostri bisogni non sono un’interruzione fuori programma nella vita degli altri. Fanno parte della stessa relazione in cui, fino a un momento prima, eravamo noi a dare una mano.

Un momento in cui esserci anche per te

Oggi puoi fermarti su tre domande, senza trasformarle in un altro lavoro da svolgere bene: quanto sono stanco? Che cosa mi serve? Sto dicendo sì per disponibilità o per non deludere? Non occorre trovare risposte perfette; serve lasciare che, almeno per un momento, anche la tua condizione abbia spazio.

Se riconosci quella stanchezza, prova a dirlo a una persona vicina, senza aggiungere subito che comunque penserai tu a tutto. Una frase semplice, «Oggi sono stanco anch’io», può essere il piccolo gesto di oggi. Non risolve ogni difficoltà, ma smette di nasconderne una: puoi voler essere presente per gli altri senza dover essere assente da te stesso.

Queste riflessioni divulgative non sostituiscono consulenze mediche, psicologiche, legali o finanziarie né la formazione professionale. Note legali complete

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