Mario Antonelli

Scuola e crescita personale · 13 febbraio 2026

Quando la scuola non ti somiglia

Da dove nasce questo testo

Testo originale di Mario Antonelli, scritto per marioantonelli.it. Questo concetto è già espresso dall'autore nel racconto “Per essere grande diventa insegnabile” del libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze (Parte I – Fino a 20 anni), riproposto nell'articolo Diventa insegnabile: «pensare di sapere» è il contrario di sapere e nella puntata 3 “Fuori dal seminato” del podcast Secret Garden, riproposto nell'articolo Fuori dal seminato.

L'articolo in breve

  • Introduzione

    La scuola misura alcune capacità, non tutto quello che sai fare. Il percorso conta: trovare un metodo adatto e il sostegno degli adulti aiuta ad affrontarlo senza sentirsi sbagliati.

  • Casistica quotidiana

    Se guardiamo soltanto quello che la scuola chiede, rischiamo di lasciare un ragazzo nella frustrazione: «Qui faccio fatica, quindi non sono capace».

  • Riflessione e approfondimento

    Le regole restano, il metodo si adatta: non devi confondere il rispetto delle prime con l’obbligo di usare un metodo che ti aiuta poco.

  • Soluzioni e morale

    Quando «la scuola non fa per me» diventa un alibi per smettere di provarci, oppure una condanna: «faccio fatica, quindi non sono capace».

L'articolo completo

Ti è capitato di pensare: «A scuola non mi ritrovo»? Non soltanto davanti a qualcosa che non capisci. Magari la difficoltà è un’altra: quello che sai fare sembra non trovare posto nel modo in cui ti viene chiesto di mostrarlo.

Ci sono ragazzi che vivono proprio questo scarto. Non è detto che non capiscano. È che il modo in cui la scuola misura le loro capacità non racconta tutto. E stare dentro una misura che ti rappresenta poco può essere faticoso.

Noi adulti, a volte, rispondiamo con un discorso sull’impegno. Le intenzioni possono essere buone. Ma se il problema è come affrontare quella strada, ripetere che bisogna camminare non aiuta molto a trovare il passo.

Due verità da tenere vicine

La scuola valuta alcune cose. Non tutte le intelligenze, non tutto quello che una persona sa fare. Questo non rende inutile la valutazione. Significa darle il suo posto, senza chiederle di diventare il ritratto completo di un ragazzo.

Poi c’è l’altra verità: quel pezzo di strada va comunque fatto. La scuola apre porte. Sentire che non ti somiglia non cancella il valore del percorso e non ti risparmia la fatica di attraversarlo.

Le due cose possono stare insieme. Anzi, ci servono entrambe.

Se guardiamo soltanto quello che la scuola chiede, rischiamo di lasciare un ragazzo nella frustrazione: «Qui faccio fatica, quindi non sono capace». Se guardiamo soltanto quello che la scuola non riesce a vedere, rischiamo di costruire un alibi: «Non fa per me, quindi non ci provo».

Nessuna delle due conclusioni aiuta. Possiamo riconoscere che una strada è scomoda senza fingere che non porti da nessuna parte. E possiamo percorrerla senza convincerci che quella scomodità dica tutto di noi.

Le regole restano, il metodo può cambiare

La domanda utile, allora, non è «Sono portato oppure no?». È «In quale modo imparo?».

Sembra una differenza piccola. Ma la prima domanda ci mette davanti a un sì o a un no. La seconda ci lascia qualcosa da provare. Non promette di togliere la fatica: permette di cercare un modo più adatto per affrontarla.

Se impari ascoltando, registrare le spiegazioni può essere il tuo modo di tornarci sopra. Se impari facendo, puoi trasformare il capitolo in schemi o esempi. Se impari parlando, studiare con qualcuno può darti lo spazio per lavorare così.

Non si tratta di scegliere una scorciatoia. Il capitolo resta lì, con una certa ostinazione. Cambia il modo in cui ci lavori. Le regole restano, il metodo si adatta: non devi confondere il rispetto delle prime con l’obbligo di usare un metodo che ti aiuta poco.

Qui un insegnante o un genitore può fare la differenza. Non con un altro discorso su quanto sia importante impegnarsi. Con una frase semplice: «So che questa strada non è la tua, troviamo come farla».

Dentro quel “troviamo” ci sono due cose: la difficoltà viene riconosciuta e il percorso non viene abbandonato. L’adulto non chiede al ragazzo di negare quello che sente. Gli resta accanto mentre cerca un modo per andare avanti.

E se il disagio diventa continuo, non serve liquidarlo con un richiamo all’impegno. Parlarne con la scuola e con professionisti è una scelta adulta. Riconoscere che serve aiuto non significa cercare una scusa.

Come si vede nella vita di tutti i giorni

Lo vedi quando un ragazzo capisce tutto a voce e poi alla verifica scritta si blocca. Quando «impegnati di più» è l'unica risposta che sa dare chi gli sta accanto. Quando «la scuola non fa per me» diventa un alibi per smettere di provarci, oppure una condanna: «faccio fatica, quindi non sono capace».

Prova a chiederti

In quale modo imparo meglio: ascoltando, facendo, parlando? Sto confondendo la fatica su una strada con un giudizio su di me?

Per oggi puoi partire da un solo capitolo. Chiediti se ti aiuta di più ascoltarlo, trasformarlo in uno schema o parlarne con qualcuno. Scegli una di queste possibilità e prova: un capitolo, non un giudizio su di te.

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