L'importanza della comunicazione · 26 aprile 2025
Il silenzio è parte del discorso
Da dove nasce questo testo
Testo originale di Mario Antonelli, scritto per marioantonelli.it. Questo concetto è già espresso dall'autore nel paragrafo 1 “Quando è sera” del libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze (Parte III – Suoni dal Secret Garden), riproposto nell'articolo Quando è sera: la sera non è il momento delle decisioni e nella puntata 2 “La forza del silenzio interiore” del podcast Secret Garden, riproposto nell'articolo La forza del silenzio interiore.
L'articolo in breve
Introduzione
Una pausa dà spazio alle parole e a chi le ascolta. Il silenzio non è un buco da riempire: può aiutare a capire, a parlare e a stare accanto a chi soffre.
Casistica quotidiana
L’altro può parlare senza dover interrompere noi, senza dover infilare le proprie parole tra le nostre.
Riflessione e approfondimento
E invece stare in silenzio accanto a chi soffre può essere una forma di comunicazione molto potente.
Soluzioni e morale
Lo vedi quando completi le frasi degli altri prima che le finiscano, e poi ti accorgi che avevi capito male.
L'articolo completo
Ti capita di preparare la risposta mentre l’altro sta ancora parlando? Di sentire una pausa e pensare che tocchi subito a te riempirla?
Nelle conversazioni il vuoto ci mette a disagio. Così anticipiamo, completiamo, entriamo con una frase prima che quella dell’altro sia davvero finita. Magari vogliamo partecipare. Ma tra la voglia di dire qualcosa e la fretta di dirla, il messaggio rischia di perdersi.
Non è una gara a chi parla di più. Eppure, a volte, trattiamo il silenzio come un posto libero da occupare. Possibilmente prima che arrivi qualcun altro.
Possiamo anche lasciarlo libero, quel posto. Non per tirarci fuori dalla conversazione. Per starci dentro con un po’ più di attenzione.
Una pausa non toglie spazio al discorso
Quando dici qualcosa e poi ti fermi, dai all’altro il tempo di capire. Le parole sono arrivate, ma questo non significa che siano già state comprese. Aggiungerne subito altre può rendere più difficile seguire quello che volevi dire.
La pausa lascia spazio proprio lì. Tra ciò che hai detto e ciò che l’altro riesce a raccogliere.
Fa anche un’altra cosa: sottolinea. Senza bisogno di ripetere la stessa frase o di rincorrerla con una spiegazione immediata. Ti fermi, e quello che hai appena detto resta per un momento al centro del discorso.
Non serve trasformare ogni conversazione in un esercizio di silenzi solenni. Sarebbe piuttosto faticoso anche prendere un caffè. Si tratta di non cancellare ogni intervallo appena compare.
Perché dentro quell’intervallo può trovare posto anche la voce dell’altro. Spesso una persona ha qualcosa di importante da dire, ma non ha ancora trovato il coraggio. Se riempiamo noi tutto lo spazio, quella cosa può restare dov’è.
Aspettare non significa pretendere che venga fuori. Significa lasciare una possibilità. L’altro può parlare senza dover interrompere noi, senza dover infilare le proprie parole tra le nostre.
Quando esserci conta più del consiglio
Poi ci sono i momenti in cui qualcuno soffre. Qui la tentazione di parlare può essere ancora più forte. Vorremmo avere una frase utile, un consiglio, qualcosa da offrire.
Ma non è detto che quella persona abbia bisogno di una risposta. Può avere bisogno di qualcuno che rimanga lì.
È difficile accettarlo, perché stare zitti può sembrarci poco. Quasi di non fare abbastanza. E invece stare in silenzio accanto a chi soffre può essere una forma di comunicazione molto potente. Non riempie il momento di consigli. Lascia spazio alla persona.
Non dobbiamo trovare per forza qualcosa da dire. Possiamo esserci, senza prendere noi la parola ogni volta che l’altro si ferma.
Chi sa tacere al momento giusto viene ascoltato quando parla. Non è un invito a diventare persone di poche parole. È un richiamo al momento: capire quando parlare e quando lasciare che il discorso respiri.
Come si vede nella vita di tutti i giorni
Lo vedi quando completi le frasi degli altri prima che le finiscano, e poi ti accorgi che avevi capito male. Quando un amico ti racconta un momento difficile e tu riempi il silenzio con consigli che non ti ha chiesto. Quando esci da una conversazione e ti rendi conto di aver parlato quasi solo tu.
Prova a chiederti
Sto ascoltando per capire o per rispondere? Se lascio due secondi di silenzio, che cosa potrebbe arrivare che altrimenti resta dentro?
Possiamo cominciare da un gesto minuscolo. Nella prossima conversazione di oggi, quando l’altro ha finito, conta due secondi prima di rispondere.
Due secondi, senza anticipare e senza completare la sua frase. Poi rispondi. Non per costruire la risposta perfetta, ma per dare un po’ di spazio a quella che hai appena ascoltato.
Sembra niente. Eppure può cambiare il ritmo della conversazione. Per oggi, prova soltanto questo.
Continua da qui
Voglio comunicare meglioUn percorso tra puntate, podcast e letture su questo tema →