Mario Antonelli

Scuola e crescita personale · 26 agosto 2024

Il voto non sei tu

Da dove nasce questo testo

Testo originale di Mario Antonelli, scritto per marioantonelli.it. Questo concetto è già espresso dall'autore nel paragrafo 11 “Non ascoltarli” del libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze (Parte II – Guida antiminchiolanza), riproposto nell'articolo Non ascoltarli: il giudizio degli altri arriva sempre prima dei risultati e nella puntata 7 “La paura di non farcela” del podcast You Leader Easy, riproposto nell'articolo La paura di non farcela.

L'articolo in breve

  • Introduzione

    Un voto racconta una prestazione, non il valore di una persona. Può aiutarci a capire cosa non ha funzionato, se lo usiamo per fare domande invece che dare sentenze.

  • Casistica quotidiana

    Basta cambiare un verbo e quel numero sembra non riguardare più ciò che hai fatto, ma tutto quello che sei.

  • Riflessione e approfondimento

    Trattarle come se fossero tutte la stessa cosa, magari sotto l’etichetta «non sono capace», non ci aiuta molto.

  • Soluzioni e morale

    Lo vedi quando un ragazzo torna a casa con un brutto voto e smette di aprire quella materia, perché ormai «non è portato».

L'articolo completo

Quando arriva un brutto voto, qual è la prima domanda che ti viene: «Che cosa non ha funzionato?» oppure «Che cosa c’è che non va in me?»

Sembrano vicine. Non lo sono. La prima apre uno spazio in cui puoi fare qualcosa. La seconda rischia di chiuderlo, perché sposta il problema da una verifica alla persona che l’ha fatta.

È qui che nasce una confusione capace di fare male: prendere un voto e usarlo per dire chi siamo. Un numero che dovrebbe darci un’informazione finisce per prendersi tutto lo spazio. Gli affidiamo un incarico decisamente troppo grande.

Che cosa c’è dentro quel numero

Un voto misura una prestazione. In un momento preciso. Secondo un criterio. Già queste tre cose dovrebbero aiutarci a tenerlo al suo posto.

Dentro quella prestazione c’è la preparazione, certo. Ma possono entrarci anche il sonno della notte prima, l’ansia, la fortuna della domanda. Non sono scuse da mettere sul tavolo per cancellare il risultato. Sono elementi da considerare per capire che cosa è successo.

Il voto resta un’informazione utile. Se una verifica è andata male, è andata male: non serve far finta di niente. Ma tra riconoscere un risultato e trasformarlo in una sentenza su di sé passa una bella differenza.

«Ho preso quattro» racconta l’esito di una prova. «Sono un quattro» racconta un’identità. Basta cambiare un verbo e quel numero sembra non riguardare più ciò che hai fatto, ma tutto quello che sei.

A quel punto migliorare può sembrare impossibile. Perché, se il problema sei tu, da dove cominci? Dovresti cambiare te stesso, non il modo in cui studi o affronti una verifica. E così rischi di smettere di cercare proprio dove potresti trovare una strada pratica.

Un brutto voto dice che cosa non ha funzionato, non chi sei. Tenerli separati non significa accontentarsi. Significa poter lavorare su qualcosa di preciso, senza mettere in discussione ogni volta il proprio valore.

La domanda che aiuta a ripartire

Dopo una verifica andata male, possiamo provare a lasciare da parte «Quanto valgo?» e chiederci: «Dove si è rotta la catena?».

Non è una domanda magica. E non rende piacevole un brutto voto. Però ci porta più vicino a qualcosa che possiamo cambiare.

Non ho capito? Allora c’è un passaggio da chiarire. Non ho ripassato? Il lavoro da fare riguarda il ripasso. Non ho gestito il tempo? Posso guardare come l’ho usato durante la prova. Non ho letto bene la consegna? È da quella lettura che posso ricominciare.

Sono difficoltà diverse. Trattarle come se fossero tutte la stessa cosa, magari sotto l’etichetta «non sono capace», non ci aiuta molto. Ogni risposta, invece, permette di cercare un rimedio pratico. Non per sistemare tutto insieme, ma per capire su che cosa lavorare.

E noi genitori? Possiamo fare attenzione alla domanda con cui apriamo la conversazione. Prima di «Quanto hai preso?», chiediamo «Come è andata?».

Il voto non sparisce. Arriveremo anche a quello. Intanto, però, lasciamo spazio al racconto della prova, a ciò che è stato capito e a ciò che si è inceppato. Cambia la conversazione. E a volte un cambiamento così può cambiare l’anno.

Come si vede nella vita di tutti i giorni

Lo vedi quando un ragazzo torna a casa con un brutto voto e smette di aprire quella materia, perché ormai «non è portato». Quando una pagella pesa più del racconto di come è andata. Quando un quattro di ottobre diventa l'etichetta di tutto l'anno.

Prova a chiederti

Sto parlando di come è andata una prova o di come è fatta una persona? Quale passaggio, precisamente, non ha funzionato?

Oggi basta partire da qui: davanti a un voto che pesa, scegli una sola domanda. «Quale passaggio non ha funzionato?». Ascolta la risposta, anche se sei tu a dartela. Il prossimo passo può cominciare da quel punto, senza chiederti di diventare un’altra persona.

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