L'importanza della comunicazione · 11 giugno 2024
Quando conviene tacere
Da dove nasce questo testo
Testo originale di Mario Antonelli, scritto per marioantonelli.it. Questo concetto è già espresso dall'autore nel paragrafo 1 “Quando è sera” del libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze (Parte III – Suoni dal Secret Garden), riproposto nell'articolo Quando è sera: la sera non è il momento delle decisioni e nella puntata 23 “Il guaio di prendersi sul serio” del podcast You Leader Easy, riproposto nell'articolo Il guaio di prendersi sul serio.
L'articolo in breve
Introduzione
Tacere può proteggere una relazione oppure logorarla. La differenza sta nel motivo: prendere tempo per parlare meglio non è lo stesso che evitare di parlare.
Casistica quotidiana
A volte tacere è semplicemente questo: lasciare che l’altro finisca il proprio pensiero, senza metterci sopra il nostro.
Riflessione e approfondimento
Lo stesso succede quando nascondiamo un problema e speriamo che, senza parlarne, si sciolga da solo.
Soluzioni e morale
È un gesto piccolo, ma aiuta a capire se stai lasciando spazio alle parole o se le stai nascondendo.
L'articolo completo
Stai per rispondere, ma sai già che quelle parole farebbero male. Che fai: le dici lo stesso, oppure aspetti?
È qui che il silenzio si porta dietro la sua pessima reputazione. Se non parli, sembra che tu stia scappando. Se rispondi subito, almeno hai detto quello che pensi. Ma dire quello che pensiamo e dirlo per ferire non sono proprio la stessa cosa. E nemmeno stare zitti e fuggire lo sono.
Il punto non è scegliere una volta per tutte tra parlare e tacere. Sarebbe comodo, lo ammetto: una regola pronta e abbiamo risolto. Invece dobbiamo capire che cosa stiamo facendo con quel silenzio. Perché alcuni silenzi proteggono una relazione. Altri, senza fare rumore, la logorano.
Quando il silenzio serve
Se sei arrabbiato e ti accorgi che parleresti per ferire, fermarti ha un senso. Non significa che il problema non esista. Non significa nemmeno rinunciare a dire la tua. Significa non affidare alla rabbia il compito di scegliere le parole.
Non è una distinzione facile, mentre sei lì e vorresti rispondere. La risposta ce l’hai già. Magari è proprio quella che farebbe più male. Ma averla pronta non ti obbliga a usarla. Puoi prendere tempo per dire meglio ciò che hai da dire, senza trasformarlo in un colpo da consegnare all’altro.
Poi c’è il silenzio che lascia spazio a chi sta ancora pensando. Tu magari hai finito di formulare la tua idea. L’altra persona no. Riempire quel momento con altre parole non è per forza un aiuto. A volte tacere è semplicemente questo: lasciare che l’altro finisca il proprio pensiero, senza metterci sopra il nostro.
E c’è una terza situazione, poco spettacolare ma concreta. La tua opinione non è stata chiesta e non cambierebbe niente. Puoi anche non dirla. Un’opinione può restare con noi senza che sia necessario darle subito voce. Non stiamo rinunciando a pensare: stiamo scegliendo se intervenire.
In questi casi il silenzio non serve a cancellare qualcosa. Serve a non ferire, a lasciare spazio, a evitare parole che non aggiungerebbero nulla. È una scelta legata a quel momento, non una regola per restare zitti in ogni circostanza.
Quando invece fa danni
Il silenzio cambia natura quando lo usiamo come punizione. Non stiamo aspettando di trovare parole migliori. Stiamo facendo pesare all’altro l’assenza delle nostre parole. Da fuori può sembrare la stessa cosa: una persona tace. Ma il senso è diverso.
Lo stesso succede quando nascondiamo un problema e speriamo che, senza parlarne, si sciolga da solo. Capisco la tentazione: affrontarlo è difficile, lasciarlo lì per un po’ sembra più semplice. Però quel problema non si scioglie. Fermenta. Il fatto che non ne parliamo non significa che abbia smesso di esserci.
Non serve rimproverarci anche per questo. Serve distinguere una pausa da un modo per evitare. Nella pausa resta l’intenzione di tornare a parlare. Nell’evitare, invece, speriamo di non doverci tornare affatto.
La domanda utile è una sola: «Sto guadagnando tempo per dire meglio, o sto evitando di dire?».
Come si vede nella vita di tutti i giorni
Una discussione in famiglia. Hai la frase pronta, quella che fa male. La trattieni, e il giorno dopo sei contento di averlo fatto.
Il messaggio scritto di getto alle undici di sera. Lo lasci in bozza. Al mattino lo cancelli.
La questione con il vicino che nessuno affronta da mesi. Ogni volta che vi incrociate in ascensore, l'aria si fa più pesante.
Prova a chiederti
Il mio silenzio di oggi è una pausa o una fuga?
C'è una conversazione che rimando da troppo tempo?
Oggi, prima di scegliere il silenzio, fermati su questa domanda. Non cercare la risposta più bella. Prova solo a riconoscere quella vera. È un gesto piccolo, ma aiuta a capire se stai lasciando spazio alle parole o se le stai nascondendo.
Continua da qui
Il tempo mi sta sfuggendoUn percorso tra puntate, podcast e letture su questo tema →