Elaborazione tratta dal podcast You Leader Easy
Il guaio di prendersi sul serio
Mario Antonelli · 19 ottobre 2024
Da dove nasce questo testo
Questo articolo nasce dalla puntata 23 “Il guaio di prendersi sul serio” del podcast You Leader Easy: qui trovi l'elaborazione scritta, lì la voce originale di Mario Antonelli. Il concetto fa parte dello stesso percorso raccolto nel libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze.
L'articolo in breve
Introduzione
Non prendersi sul serio può attutire una caduta. Ma soprattutto aiuta a non usare la propria importanza per tenere gli altri a distanza.
Casistica quotidiana
Perché la seriosità, quando si accompagna all’altezzosità di chi è pieno di sé, non rimane una questione personale.
Riflessione e approfondimento
Essere così impegnati a mostrare quanto valiamo da perdere il contatto con la persona a cui volevamo mostrarlo.
Soluzioni e morale
Intanto, nella prossima conversazione importante di oggi, prova a togliere un grado di solennità: una piccola battuta su di te, oppure un limite ammesso senza giustificarti troppo.
L'articolo completo
Quanto dobbiamo prenderci sul serio per essere presi sul serio dagli altri? La domanda sembra uno scioglilingua. Ma il guaio, secondo me, comincia proprio lì: quando pensiamo che per avere qualcosa da dire dobbiamo anche darci un sacco di importanza.
Chi mi conosce sa che non prendermi sul serio è una delle cose che mi riescono meglio. Mi verrebbe da dire che sono bravissimo, ma sarebbe già un modo piuttosto buffo di contraddirmi. Diciamo che mi viene naturale. Anche troppo.
E non voglio raccontartela come una virtù senza ombre. C’è anche una parte di strategia, in questa mia poca solennità. Un modo di mettere le mani avanti.
Se mi presento senza prendermi troppo sul serio, preparo qualcosa che attutisca la caduta. Potrei sbagliare. Potrei non essere capace. Potrei accorgermi di avere un limite proprio mentre avrei bisogno di non averlo. E allora, essermi annunciato poco serio in partenza mi aiuta a farmi meno male.
È una protezione. Non cancella l’errore e non aggiunge la capacità che manca. Però cambia il modo in cui arrivo alla caduta: senza essermi sistemato troppo in alto.
Questo è un pezzo della faccenda. Non il più importante.
Il motivo principale per cui non mi sono mai preso sul serio riguarda gli altri. Perché la seriosità, quando si accompagna all’altezzosità di chi è pieno di sé, non rimane una questione personale. Diventa qualcosa che si scaglia contro chi abbiamo davanti.
Il messaggio, anche senza pronunciarlo, è questo: «Io sono meglio di te».
Non più soltanto: so fare questa cosa. Ma: guarda quanto sono bravo, guarda a quale distanza dovresti stare. E a quel punto la conversazione ha già un ostacolo in mezzo. La nostra importanza.
Penso ai musicisti in ambito locale che si raccontano come gli unici davvero capaci di salire su un palco. Quelli che saprebbero eseguire qualunque brano alla perfezione, come vorrebbe un conservatorio.
Nel racconto che fanno di sé non sembra esserci spazio per una mancanza. La capacità è tutta lì, dichiarata, esibita, messa al riparo da qualsiasi dubbio.
E intanto chi ascolta se ne va.
È questo il passaggio che mi colpisce. Essere così impegnati a mostrare quanto valiamo da perdere il contatto con la persona a cui volevamo mostrarlo. Difendere la propria altezza e ritrovarsi senza qualcuno davanti.
Non credo che la risposta sia sminuirci. Né fingere di non sapere fare quello che sappiamo fare. Tra riconoscere una capacità e usarla per sentirci superiori c’è una differenza. Possiamo provare a restare da questa parte, senza costruirci un piedistallo.
Non è necessariamente comodo. Ammettere un limite ci lascia un po’ scoperti. Una battuta su di noi toglie quella protezione solenne dietro cui, a volte, preferiamo stare.
Come si vede nella vita di tutti i giorni
La riunione in cui qualcuno fa una domanda semplice, e tu rispondi con tre paroloni per far vedere che sai.
La cena tra amici dove racconti il tuo successo per la seconda volta. Qualcuno guarda il telefono.
Sbagli strada con qualcuno in macchina. Invece di riderci su, spieghi per cinque minuti perché in realtà era colpa del navigatore.
Prova a chiederti
Quando è stata l'ultima volta che ho riso di me davanti a qualcuno?
Sto cercando di farmi ascoltare o di farmi ammirare?
Di questo parlo nella puntata del podcast, se ti va di ascoltarla. Intanto, nella prossima conversazione importante di oggi, prova a togliere un grado di solennità: una piccola battuta su di te, oppure un limite ammesso senza giustificarti troppo. Poi lascia spazio all’altra persona. Potrebbe sentirsi un po’ più vicina.
Queste riflessioni divulgative non sostituiscono consulenze mediche, psicologiche, legali o finanziarie né la formazione professionale. Note legali complete
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