L'importanza della comunicazione · 19 novembre 2024
Dare un feedback che non umilia
Da dove nasce questo testo
Testo originale di Mario Antonelli, scritto per marioantonelli.it. Questo concetto è già espresso dall'autore nel paragrafo 7 “Scegli la gentilezza” del libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze (Parte III – Suoni dal Secret Garden), riproposto nell'articolo Scegli la gentilezza (che non è debolezza) e nella puntata 16 “Con leggerezza” del podcast You Leader Easy, riproposto nell'articolo Con leggerezza.
L'articolo in breve
Un feedback aiuta quando parla di un fatto, arriva nel momento giusto e indica cosa cambiare. Senza etichette e senza trasformare il malumore in un giudizio sulla persona. Se non riesci a dirlo senza descrivere la persona, forse la frase ha ancora bisogno di un giro di revisione. Dopo aver indicato il fatto, serve una richiesta concreta: che cosa vorresti vedere di diverso la prossima volta? E scegli un momento in cui possiate parlarne senza pubblico e senza il calore di un'altra discussione.
L'articolo completo
Stai per dire a qualcuno che una cosa non va. Hai già le parole pronte. Ma vuoi aiutarlo a fare meglio o vuoi soprattutto toglierti un peso?
La differenza parte da qui. E non è una domanda comoda, perché quando qualcosa ci irrita le due intenzioni possono mescolarsi. Vogliamo che il problema si risolva, certo. Nel frattempo, però, vorremmo anche far sapere quanto ci ha dato fastidio.
È comprensibile. Ma un feedback non è uno sfogo autorizzato. Chiamarlo così non rende automaticamente utile quello che stiamo per dire. Il nome è elegante; il malumore, sotto, può essere rimasto identico.
Un feedback serve a dare una mano a qualcuno perché la prossima volta possa fare meglio. Questo non significa addolcire ogni parola o fingere che vada bene ciò che non funziona. Significa tenere il discorso sul punto da migliorare, senza trasformarlo in un giudizio su chi abbiamo davanti.
Il fatto, non l'etichetta
“Questo passaggio non si capisce” e “Sei confuso” possono sembrarci due modi per dire la stessa cosa. Non lo sono.
La prima frase indica un punto su cui lavorare. C'è un passaggio, non è chiaro, possiamo partire da lì. La seconda sposta tutto sulla persona. Non stiamo più parlando di qualcosa che ha fatto: stiamo dicendo com'è.
E le etichette restano addosso. Il passaggio si può rivedere. Un “sei confuso”, invece, non dice da dove cominciare. Lascia un giudizio, ma non offre una direzione.
Quando prepari un feedback, prova quindi a cercare il fatto preciso. Che cosa non funziona? Qual è il punto che vorresti vedere diverso? Se non riesci a dirlo senza descrivere la persona, forse la frase ha ancora bisogno di un giro di revisione.
Non per renderla più raffinata. Per renderla più utile. “Questo passaggio non si capisce” è una frase semplice. Non ha bisogno di diventare solenne per essere presa sul serio.
Anche noi, quando riceviamo un'osservazione, abbiamo bisogno di capire su che cosa possiamo intervenire. È diverso avere davanti un problema da sistemare oppure sentirsi descritti come il problema.
Scegli il momento e indica il passo
Poi c'è il momento. Possiamo aver trovato le parole giuste e usarle nel posto sbagliato.
Davanti agli altri, il feedback rischia di diventare un'esposizione della persona. A caldo, è più difficile separare quello che vogliamo migliorare da quello che vogliamo sfogare. Come coda di un'altra discussione, finisce mescolato a un malumore che era già lì.
Meglio parlarne in privato, quando il caldo è sceso, e dare a quella conversazione uno spazio suo. Non è un modo per evitare il problema. È un modo per affrontare proprio quello, senza trascinargli dietro altro.
Aspettare può costare fatica. Quando abbiamo qualcosa da dire, spesso vorremmo dirlo subito e chiudere la questione. Ma aver finito di parlare non significa aver dato un aiuto.
Per questo la chiusura conta. Dopo aver indicato il fatto, serve una richiesta concreta: che cosa vorresti vedere di diverso la prossima volta?
Senza quella richiesta, l'altra persona sa che qualcosa non ti è piaciuto. Non necessariamente sa che cosa le stai chiedendo di cambiare. Hai espresso un malumore, ma il lavoro utile è rimasto a metà.
Non serve aggiungere una predica finale. Serve un passo riconoscibile, legato al punto di cui avete parlato.
Come si vede nella vita di tutti i giorni
Lo vedi quando correggi un collega davanti agli altri e lui smette di proporti idee. Quando dici a casa «non combini mai niente» e intendevi solo i piatti nel lavandino. Quando lo sfogo di un attimo resta nella stanza molto più a lungo di te.
Prova a chiederti
Voglio aiutare questa persona a fare meglio, o voglio togliermi un peso? Sto parlando di un fatto o sto attaccando un'etichetta?
Oggi, prima del prossimo feedback, scrivi una frase: “La prossima volta ti chiedo di…”. Completala con ciò che vorresti vedere di diverso. Poi controlla che parli di un fatto, non di un'etichetta. E scegli un momento in cui possiate parlarne senza pubblico e senza il calore di un'altra discussione.
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