Mario Antonelli

L'importanza della comunicazione · 5 marzo 2024

Fare le domande giuste

Da dove nasce questo testo

Testo originale di Mario Antonelli, scritto per marioantonelli.it. Questo concetto è già espresso dall'autore nel paragrafo 20 “La forza delle domande” del libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze (Parte II – Guida antiminchiolanza), riproposto nell'articolo La forza delle domande: chiedere è un regalo che fai all'altro e nella puntata 27 “Le azioni esprimono le priorità” del podcast You Leader Easy, riproposto nell'articolo Le azioni esprimono le priorità.

L'articolo in breve

  • Introduzione

    Fare domande migliori significa dare più spazio alle risposte. Bastano un esempio concreto, due secondi di silenzio e un consiglio in meno per cambiare una conversazione.

  • Casistica quotidiana

    ci aiuta a restare su quello che l’altra persona sta dicendo, non su quello che abbiamo già concluso noi.

  • Riflessione e approfondimento

    Spesso la parte più vera arriva lì, quando la prima risposta sembra finita e invece c’è ancora qualcosa da aggiungere.

  • Soluzioni e morale

    L’idea è lasciare spazio a cose che, nelle conversazioni abituali, forse non arrivano.

L'articolo completo

Quando chiedi «Tutto bene?», quanto spazio lasci davvero alla risposta?

La domanda è familiare. La risposta, spesso, anche. «Sì, bene». E il discorso può finire lì, senza che nessuno abbia sbagliato niente. Ci siamo salutati, abbiamo mostrato un po’ di interesse. Ma sapere come sta andando davvero è un’altra cosa.

Ci hanno insegnato a preparare risposte. Alle domande abbiamo dedicato molto meno esercizio. Così cerchiamo le parole giuste per spiegare, commentare, dare un parere. E magari trascuriamo proprio le parole che potrebbero aiutarci a capire.

Succede nelle conversazioni: quello che ricevi dipende spesso da quello che chiedi. Non soltanto da quanto l’altra persona abbia voglia di raccontare.

Aprire, senza forzare

«Tutto bene?» lascia poco spazio. Invita a un sì o a un no e, in un certo senso, chiede il permesso di chiudere il discorso.

«Com’è andata davvero questa settimana?» fa una cosa diversa. Non suggerisce già una risposta. Offre spazio per raccontare, scegliere un momento, dire qualcosa che in quel «bene» non sarebbe entrato.

La differenza tra una domanda chiusa e una domanda aperta sta qui. La prima tende a circoscrivere la risposta. La seconda invita ad allargarla. Non significa che dobbiamo eliminare «Tutto bene?» dal nostro vocabolario. Sarebbe un lavoro piuttosto impegnativo, per una formula così breve.

Significa accorgerci di quando la usiamo. Vogliamo un saluto rapido oppure vogliamo ascoltare qualcosa di più?

Non è una tecnica per far parlare le persone. È una scelta di attenzione. E l’attenzione non si misura dalla ricercatezza della domanda. Una frase semplice può bastare, se poi lasciamo posto alla risposta.

Un esempio, una pausa, un consiglio in meno

Un primo passo è chiedere un esempio concreto invece di fermarsi a un giudizio generale.

Un giudizio riassume. Un esempio permette di capire a che cosa si riferisce. Se restiamo alla valutazione complessiva, rischiamo di rispondere alla nostra interpretazione. Chiedere «Mi fai un esempio?» ci aiuta a restare su quello che l’altra persona sta dicendo, non su quello che abbiamo già concluso noi.

Poi c’è il silenzio. Quello dopo la risposta.

Due secondi. Non una pausa solenne, non una prova di resistenza. Solo due secondi senza intervenire. Spesso la parte più vera arriva lì, quando la prima risposta sembra finita e invece c’è ancora qualcosa da aggiungere.

Non è facile. Mentre ascoltiamo, può venirci in mente un commento e ci viene voglia di dirlo subito. Aspettare significa lasciarlo in sospeso per un momento. La conversazione non ha bisogno che riempiamo ogni spazio.

Infine, possiamo controllare che la nostra domanda sia davvero una domanda. Non un consiglio con il punto interrogativo in fondo.

Se dentro c’è già la soluzione che vorremmo proporre, stiamo chiedendo oppure stiamo indirizzando? Il confine può essere sottile. Anche un consiglio dato con buone intenzioni può prendere il posto di una risposta che non abbiamo ancora ascoltato.

Non si tratta di rinunciare ai nostri pareri. Si tratta di non farli arrivare prima della curiosità.

Come si vede nella vita di tutti i giorni

Tuo figlio torna da scuola. «Com'è andata?» «Bene.» Fine della conversazione.

Un'amica ti racconta un problema. Dopo due frasi le stai già dicendo cosa faresti tu.

In riunione chiedi «siete tutti d'accordo?». Nessuno risponde. Lo prendi per un sì.

Prova a chiederti

Le mie domande aprono una conversazione o la chiudono?

Quante volte oggi ho dato un consiglio che nessuno mi aveva chiesto?

La proposta è semplice: per una settimana, una domanda in più e un parere in meno. Senza trasformare ogni scambio in un’intervista. L’idea è lasciare spazio a cose che, nelle conversazioni abituali, forse non arrivano.

Puoi cominciare oggi, nella prossima conversazione. Prima di esprimere un giudizio, chiedi un esempio concreto. Poi lascia passare quei due secondi. Per il momento, basta questo.

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