Elaborazione tratta dal podcast You Leader Easy
Le facce tristi (Drive edition)
Mario Antonelli · 8 maggio 2024
Da dove nasce questo testo
Questo articolo nasce dalla puntata 10 “Le facce tristi” del podcast You Leader Easy: qui trovi l'elaborazione scritta, lì la voce originale di Mario Antonelli. Il concetto fa parte dello stesso percorso raccolto nel libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze.
L'articolo in breve
Introduzione
Le facce al semaforo ci fanno una domanda: come stiamo con noi stessi quando siamo soli? Una riflessione nata alla guida, per concederci un po’ di tregua.
Casistica quotidiana
Nell’abitacolo siamo soli, ma riusciamo a occupare sia il posto dell’imputato sia quello di chi lo interroga.
Riflessione e approfondimento
Non una prova da superare, ma un momento per riprendere fiato, ricaricarci, trattarci con un po’ di benevolenza.
Soluzioni e morale
Intanto, oggi, quando sei fermo al semaforo o cammini da solo, prova a distendere la fronte e fare spazio a un ricordo bello.
L'articolo completo
Che compagnia ti fai quando in macchina non c’è nessun altro?
Magari sei fermo al rosso. Guardi l’auto accanto e incroci una fronte aggrottata, una bocca serrata. Una faccia che sembra impegnata in una discussione, anche se nell’abitacolo c’è una persona sola. Il sole, a quanto pare, non c’entra.
Da queste espressioni è partita la puntata che ho registrato alla guida. Facce truci, contrite, pesanti. A guardarle viene da pensare che il broncio abbia trovato parecchi estimatori. Poi, però, conviene fermarsi con le battute. Perché dall’altro finestrino qualcuno potrebbe vedere noi.
E perché una faccia non ci racconta una vita. Non sappiamo che cosa stia attraversando quella persona. Vediamo la fronte, non quello che c’è dietro. Giudicarla sarebbe piuttosto comodo. E poco utile.
Mi interessa di più un’altra domanda: quando restiamo soli, che cosa succede tra noi e noi?
A volte succede che molliamo la presa. Finché c’è qualcuno accanto ci teniamo un po’. Appena siamo soli, arriva il carico. La stanchezza, la pesantezza, quello che ci portiamo dietro. Una specie di decompressione. E quel tempo che potrebbe essere una pausa diventa il momento in cui sentiamo tutto.
Non c’è niente da rimproverarci. Ci sono momenti in cui cercare serenità sembra già un lavoro in più. Altro che divertirsi. Se la forza non c’è, non la facciamo comparire dicendoci che dovremmo essere più allegri.
Anzi, rischiamo di aggiungere fatica alla fatica. Non solo stiamo male in nostra compagnia: ci rimproveriamo pure di non saperci stare meglio.
Ed eccolo, il processo. Nell’abitacolo siamo soli, ma riusciamo a occupare sia il posto dell’imputato sia quello di chi lo interroga. Per essere una macchina con una persona a bordo, c’è un certo affollamento.
Possiamo pensare senza interrogarci? Restare un po’ con noi senza cercare subito qualcosa che non va?
L’auto potrebbe offrirci anche questo spazio. Come una camminata da soli. Non una prova da superare, ma un momento per riprendere fiato, ricaricarci, trattarci con un po’ di benevolenza. Senza organizzare grandi cerimonie attorno al volerci bene.
Non sto dicendo che ogni strada possa diventare piacevole. E nemmeno che basti scegliere di stare meglio. La fatica non si cancella con una frase ben messa. Però sentirla è una cosa. Usarla per metterci sotto accusa è un’altra.
In mezzo, forse, c’è un piccolo margine.
Possiamo provare a scegliere dove posare il pensiero. Un ricordo bello, un progetto, una canzone. Non il pensiero perfetto. Soltanto qualcosa che non pretenda di farci le pulci anche durante una pausa.
E possiamo allentare un poco la faccia. Senza esibire un sorriso: non c’è da venire bene in fotografia. Si tratta di stare con noi con meno durezza. Anche perché quell’espressione, lasciata lì, rischia di accompagnarci per il resto della giornata.
Come si vede nella vita di tutti i giorni
Fai la fila al supermercato e ti accorgi di avere i denti stretti. Non sta succedendo niente, stai solo aspettando.
Rientri a casa dopo il lavoro con la faccia della riunione ancora addosso. E chi ti apre la porta se la prende tutta.
Ti vedi per caso riflesso in una vetrina e pensi: «Ma sono arrabbiato?». No. Stavi solo pensando.
Prova a chiederti
Che faccia ho quando nessuno mi guarda?
A cosa sto pensando, di solito, nei momenti in cui sono da solo?
Nella puntata puoi ascoltare questa riflessione nata alla guida e sentire se qualcosa ti riguarda. Intanto, oggi, quando sei fermo al semaforo o cammini da solo, prova a distendere la fronte e fare spazio a un ricordo bello. Per quel momento, le domande del processo possono aspettare.
Queste riflessioni divulgative non sostituiscono consulenze mediche, psicologiche, legali o finanziarie né la formazione professionale. Note legali complete
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