Mario Antonelli

Filosofia pratica

Come consolare senza minimizzare

Redazione marioantonelli.it · 21 ottobre 2026

Da dove nasce questo testo

Testo scritto a partire da un contenuto di Mario Antonelli già pubblicato: Non cercavo una soluzione.

L'articolo in breve

  • Introduzione

    Vuoi consolare e ti esce un «almeno»? Lasciare spazio a ciò che pesa, prima di cercare il lato buono, aiuta a sentirsi più vicini.

  • Casistica quotidiana

    Lo stesso vale per le consolazioni: magari il lato buono lo ha già visto e se lo ripete dalla mattina, ma adesso vorrebbe poter raccontare anche l’altra parte, senza dover premettere: «Lo so che sono fortunato, però…».

  • Riflessione e approfondimento

    Lasciargli quello spazio non significa convincerlo che tutto va male, ma non decidere noi quale parte della sua giornata merita di essere detta.

  • Soluzioni e morale

    Vale la pena capire se il lato positivo lo sta cercando lui oppure glielo stiamo indicando noi, e se possiamo ascoltare ancora un momento prima di aggiungere qualcosa.

L'articolo completo

Appoggi il caffè sul tavolo. La persona davanti a te ha dormito poco: al lavoro è stata una settimana pesante. Tu cerchi qualcosa che possa tirarla su: «Dai, almeno un lavoro ce l’hai». Poi arriva un silenzio che non avevi previsto.

Volevi dare conforto, ma è uscita quasi una richiesta di gratitudine. Consolare qualcuno senza fargli sentire che sta esagerando è una difficoltà che ci riguarda a tavola, al telefono, mentre aspettiamo che i bambini escano da scuola. Qualcuno ci racconta una cosa storta e noi cerchiamo in fretta qualcosa di positivo da metterle accanto.

Un lavoro c’è, la casa pure; poteva andare peggio e domani magari passa. Sono osservazioni che possono essere vere, ma una cosa vera può arrivare nel momento sbagliato. Invece di avvicinarci, può lasciare l’altro con la sensazione di doversi spiegare meglio o di dover smettere di parlare.

Quel piccolo «almeno»

A volte fatichiamo a stare davanti a un dispiacere che non possiamo aggiustare. Ci sembra di non fare abbastanza, allora cerchiamo una frase utile, possibilmente subito, come se ogni conversazione dovesse concludersi con il problema risolto. Quel «almeno» spesso nasce lì: non dalla cattiveria, ma dal desiderio di alleggerire una situazione che pesa anche a noi, perché teniamo alla persona che abbiamo davanti.

Il peso, però, non cambia perché gli abbiamo trovato un confronto favorevole. Quando ti viene da dire «almeno», prova a capire se stai offrendo conforto o chiedendo all’altro di essere già contento. Non serve mettersi sotto esame, ma accorgersi di dove sta andando la conversazione.

Una persona può essere felice di avere un lavoro e soffrire per come viene trattata. Può voler bene alla propria famiglia e avere bisogno di una sera senza richieste. Può sapere che esistono problemi più grandi e trovare comunque difficile quello che sta vivendo. Non c’è una contraddizione da correggere: ci sono due cose vere nello stesso momento.

Prima del lato buono

Quando qualcuno racconta una fatica, non è detto che stia chiedendo una soluzione. Prima di partire con il consiglio, possiamo cercare di capire che cosa gli serve da noi. Lo stesso vale per le consolazioni: magari il lato buono lo ha già visto e se lo ripete dalla mattina, ma adesso vorrebbe poter raccontare anche l’altra parte, senza dover premettere: «Lo so che sono fortunato, però…».

Lasciargli quello spazio non significa convincerlo che tutto va male, ma non decidere noi quale parte della sua giornata merita di essere detta. E non ci obbliga a trovare parole profonde: «Dev’essere stata una giornata pesante» può bastare per cominciare. Anche «Ti ascolto» va bene, se poi ascoltiamo davvero, senza preparare il discorso successivo mentre l’altro è ancora a metà del suo.

Come si vede nella vita di tutti i giorni

Un’amica non ottiene il posto per cui si era candidata e ti racconta che ci sperava molto. «Almeno hai fatto esperienza» forse sarà un pensiero utile, più avanti. Adesso puoi dire: «Ci tenevi a quel posto. Vuoi raccontarmi com’è andata?». Le lasci scegliere se parlare del colloquio, della delusione o di tutt’altro.

A cena, il tuo compagno dice che passare la giornata a rispondere alle richieste di tutti lo ha sfinito. «Almeno lavori da casa» mette sul tavolo un vantaggio, ma non risponde alla fatica. Puoi chiedere: «Hai avuto un momento per fermarti?». Non hai risolto la giornata, ma hai mostrato di aver sentito quello che ti stava dicendo.

Un ragazzo torna da una partita in cui è rimasto in panchina. «Almeno la squadra ha vinto» può chiudere in fretta il discorso, mentre «Ti è dispiaciuto non entrare?» gli permette di dire qualcosa della sua esperienza. Può essere contento per la squadra e deluso per sé: non deve scegliere una sola versione. E se risponde soltanto «sì», non occorre insistere perché aggiunga altro. Anche lasciare tranquilla una risposta breve è un modo di esserci.

Lasciare ancora un momento

Prima di intervenire, possiamo chiederci se stiamo rispondendo a quello che l’altro ci ha raccontato o alla nostra fretta di tirarlo su. Vale la pena capire se il lato positivo lo sta cercando lui oppure glielo stiamo indicando noi, e se possiamo ascoltare ancora un momento prima di aggiungere qualcosa.

Non si tratta di vietare una parola. Ci sono momenti in cui un «almeno» fa sorridere entrambi e aiuta davvero. La differenza la fanno la situazione e la risposta dell’altro, non un regolamento delle conversazioni.

Oggi, se qualcuno ti racconta una delusione, prova a rimandare di una frase il lato buono. Riprendi invece un dettaglio che hai sentito: «Ci avevi lavorato tanto». Poi lascia che sia lui a continuare.

Queste riflessioni divulgative non sostituiscono consulenze mediche, psicologiche, legali o finanziarie né la formazione professionale. Note legali complete

Continua da qui

  1. 01Come smettere di rispondere al posto degli altri
  2. 02Come chiedere attenzione senza litigare
  3. 03Come smettere di correggere ogni dettaglio

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