Mario Antonelli

Filosofia pratica

Non cercavo una soluzione

Redazione marioantonelli.it · 14 settembre 2026

Da dove nasce questo testo

Testo scritto a partire da un contenuto di Mario Antonelli già pubblicato: La forza delle domande: chiedere è un regalo che fai all'altro.

L'articolo in breve

  • Introduzione

    Qualcuno ti racconta una fatica e tu hai già pronta una risposta. Ma prima di dare un consiglio, c’è una cosa da capire: che cosa ti sta chiedendo davvero?

  • Casistica quotidiana

    L’altro deve quasi dimostrare di avere un problema abbastanza complicato da meritare ancora qualche minuto di ascolto.

  • Riflessione e approfondimento

    Lascia all’altro la possibilità di portarci dove conta, invece di seguirci dove abbiamo deciso noi.

  • Soluzioni e morale

    Oggi, nella prossima conversazione in cui sentirai arrivare un consiglio sulla punta della lingua, prova a trattenerlo un momento.

L'articolo completo

Sei a cena. Il telefono è finalmente lontano dal piatto. La persona davanti a te comincia a raccontarti una giornata storta. Un problema al lavoro, una discussione, una cosa che doveva essere semplice e invece si è complicata.

Non ha ancora finito e nella tua testa è già comparsa la soluzione.

Deve parlare con il responsabile. Deve smettere di rispondere a certi messaggi. Deve organizzarsi diversamente.

Tre minuti di racconto, tre interventi pronti. Manca solo il preventivo.

Ci viene abbastanza naturale. Quando qualcuno a cui teniamo sta male per qualcosa, vorremmo togliergli quel peso. E dare un consiglio ci sembra un modo concreto per esserci. Non restiamo con le mani in mano. Facciamo qualcosa.

Solo che, a volte, stiamo facendo una cosa diversa da quella che l’altro ci sta chiedendo.

Magari non cerca una soluzione. Magari la soluzione la conosce già, ma gli costa fatica. Oppure non può applicarla adesso. Ha un contratto in scadenza, una famiglia da tenere insieme, un conto che non permette grandi mosse.

Quel «io al posto tuo» parte con buone intenzioni. Però al posto suo non ci siamo. Ci sediamo lì per qualche secondo, senza portarci dietro tutte le sue condizioni. È una posizione piuttosto comoda per decidere.

E poi c’è un’altra possibilità. Quella persona aveva soltanto bisogno di finire il racconto.

Di dire anche la parte confusa. Quella poco elegante. Quella in cui non sa bene se ha ragione, se ha esagerato, se domani vedrà le cose in un altro modo.

Se interveniamo subito, quella parte rischia di restare fuori. La conversazione cambia direzione. Non si parla più di quello che è successo. Si comincia a discutere del nostro consiglio.

«Sì, ma non posso.»

«Perché non puoi?»

«Perché non è così semplice.»

E ci ritroviamo a difendere una proposta che nessuno ci aveva chiesto. L’altro deve quasi dimostrare di avere un problema abbastanza complicato da meritare ancora qualche minuto di ascolto.

Non è cattiveria. Può essere fretta. Affetto un po’ impacciato. Anche il disagio di non sapere che cosa dire davanti a una difficoltà che non possiamo sistemare.

Il silenzio, in quei momenti, ci sembra una figuraccia. Come se dovessimo tirar fuori una risposta per giustificare la nostra presenza a tavola.

Ma possiamo parlare senza prendere in mano la situazione.

«Qual è la parte che ti pesa di più?»

È una domanda semplice. Non contiene una diagnosi, non assegna compiti. Lascia all’altro la possibilità di portarci dove conta, invece di seguirci dove abbiamo deciso noi.

Oppure possiamo chiedere: «Ti serve raccontarmelo o vuoi che proviamo a capire cosa fare?»

Detta così, con naturalezza. Non come una procedura da eseguire. Tra persone che si conoscono può bastare anche meno: «Vuoi un parere?» E poi aspettare davvero la risposta.

Questo non significa che i consigli siano un’invadenza. Un suggerimento preciso, arrivato nel momento giusto, può essere prezioso. Ci sono situazioni in cui cerchiamo proprio qualcuno che ci aiuti a vedere una strada che da soli non troviamo.

Il punto è accordarsi, anche solo per un momento, sul tipo di conversazione che stiamo avendo.

Ascoltare non significa neppure approvare ogni parola. Puoi capire che una discussione abbia ferito qualcuno senza concludere che l’altra persona sia un mostro. Puoi lasciare spazio a uno sfogo senza alimentarlo. Non serve emettere una sentenza per far sentire che ci sei.

E se sei tu a raccontare, puoi rendere le cose un po’ più chiare. Non dobbiamo pretendere che chi ci vuole bene indovini ogni volta.

«Ho bisogno di parlarne dieci minuti. Per adesso non cerco consigli.»

Non è un rimprovero. È un’indicazione utile. Risparmia a entrambi quel piccolo equivoco in cui uno cerca compagnia e l’altro prepara un piano d’azione.

Oggi, nella prossima conversazione in cui sentirai arrivare un consiglio sulla punta della lingua, prova a trattenerlo un momento. Lascia finire la frase. Poi chiedi: «Vuoi sapere come la vedo?»

Se la risposta è no, puoi restare lì. Il consiglio, per qualche minuto, può aspettare.

Queste riflessioni divulgative non sostituiscono consulenze mediche, psicologiche, legali o finanziarie né la formazione professionale. Note legali complete

Continua da qui

  1. 01Come smettere di rispondere al posto degli altri
  2. 02Come chiedere attenzione senza litigare
  3. 03Come consolare senza minimizzare

Tutti gli articoli e le puntate su Comunicazione

Community WhatsApp

Il posto dove You Leader continua durante la settimana

Riflessioni, note vocali, domande, anticipazioni e cose che non finiscono sui social.

Entra nella community