L'importanza della comunicazione · 20 gennaio 2026
Scusarsi davvero
Da dove nasce questo testo
Testo originale di Mario Antonelli, scritto per marioantonelli.it. Questo concetto è già espresso dall'autore nel racconto “Sii imperfetto, e tutti vorranno essere come te” del libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze (Parte I – Fino a 20 anni), riproposto nell'articolo Sii imperfetto: è la parte di te che gli altri riconoscono e nella puntata 16 “Con leggerezza” del podcast You Leader Easy, riproposto nell'articolo Con leggerezza.
L'articolo in breve
Una scusa vera dice cosa hai fatto, riconosce l’effetto e chiarisce cosa cambierai. Senza difese nel mezzo e senza chiedere all’altro di perdonarti subito. E provare a tenere separati due gesti diversi: riconoscere ciò che abbiamo fatto e spiegare le nostre ragioni. E ha i suoi tempi, che non coincidono necessariamente con il momento in cui noi troviamo le parole per scusarci. Chiederlo subito aggiunge una richiesta: dopo aver riconosciuto ciò che abbiamo fatto, chiediamo all’altra persona di darci anche una risposta.
L'articolo completo
Ti è mai capitato di cominciare con «mi dispiace» e ritrovarti, poche parole dopo, a spiegare perché in fondo non era proprio tutta colpa tua?
È un passaggio breve. Quasi non si sente. Parte la scusa, arriva un «ma» e il discorso cambia direzione: «Mi dispiace, ma se tu non avessi…».
A quel punto non stiamo più riconoscendo quello che abbiamo fatto. Stiamo chiedendo all’altro di guardare quello che ha fatto lui. La scusa era appena entrata e già le abbiamo indicato l’uscita.
Succede di volerci scusare e, nello stesso momento, di volerci difendere. Riconoscere un errore senza aggiungere una protezione può essere difficile. Quel «ma» sembra aiutarci a non restare troppo esposti. Solo che cancella ciò che abbiamo appena detto e può peggiorare le cose.
Non serve colpevolizzarci anche per questo. Serve accorgercene. E provare a tenere separati due gesti diversi: riconoscere ciò che abbiamo fatto e spiegare le nostre ragioni. In una scusa vera, la spiegazione difensiva non va infilata nel mezzo.
Che cosa stiamo riconoscendo
Una scusa ha tre parti semplici da dire. Un po’ meno semplici da tenere insieme quando tocca a noi.
La prima è dire cosa abbiamo fatto. Restare sul nostro gesto, sulle nostre parole. Senza spostare subito il discorso sul comportamento dell’altro. Se per nominare il mio errore devo prima raccontare il tuo, sto già prendendo una strada diversa.
La seconda è riconoscere l’effetto che quel gesto ha avuto. Non basta fermarsi a quello che volevamo fare: la scusa riguarda anche ciò che è arrivato all’altra persona. Qui il punto non è difendere le nostre intenzioni. È dare spazio alle conseguenze di quello che abbiamo fatto.
La terza è dire cosa faremo diversamente. Dopo il riconoscimento, serve questo passaggio. Non una promessa enorme, buona per chiudere in fretta il discorso. Qualcosa che riguardi proprio il comportamento per cui ci stiamo scusando.
Che cosa ho fatto. Quale effetto ha avuto. Che cosa farò diversamente. Possiamo restare qui, senza cercare una formula elegante. Le parole non devono fare bella figura al posto nostro. Devono dire queste tre cose, senza una difesa nascosta fra l’una e l’altra.
Il perdono non chiude a comando
Poi c’è la voglia di sentirci dire subito che è tutto a posto. È comprensibile: scusarsi e restare in attesa non è comodo. Vorremmo sapere che la nostra scusa è stata accolta, che possiamo chiudere quel momento.
Ma il perdono è una decisione dell’altro. E ha i suoi tempi, che non coincidono necessariamente con il momento in cui noi troviamo le parole per scusarci.
Chiederlo subito aggiunge una richiesta: dopo aver riconosciuto ciò che abbiamo fatto, chiediamo all’altra persona di darci anche una risposta. Non è la stessa cosa che riparare. La nostra parte possiamo farla; la sua non possiamo deciderla noi.
Questo lascia la scusa senza una conclusione immediata. Non significa che manchi qualcosa da aggiungere. Può significare che, per adesso, abbiamo detto ciò che spettava a noi e dobbiamo lasciare all’altro il tempo di scegliere.
Come si vede nella vita di tutti i giorni
Lo vedi quando dici «mi dispiace, ma se tu non avessi...» e la scusa muore a metà frase. Quando ti scusi e poi resti lì ad aspettare che l'altro dica subito «non fa niente». Quando la spiegazione delle tue ragioni occupa più spazio del riconoscimento di quello che hai fatto.
Prova a chiederti
Sto riconoscendo quello che ho fatto o mi sto difendendo? Sto lasciando all'altro il suo tempo, o gli sto chiedendo di chiudere in fretta per stare meglio io?
Oggi, se hai una scusa da fare, prova a fermarti sulle parole prima di pronunciarle o inviarle. Stai spiegando più di quanto stai riconoscendo? Fermati e ricomincia. Nomina ciò che hai fatto, riconosci l’effetto, dì cosa cambierai. Per oggi, il gesto concreto è questo: lasciare fuori quel «ma», senza chiedere in cambio un perdono immediato.
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