Mario Antonelli

Scuola e crescita personale · 2 agosto 2025

Sbagliare a scuola serve

Da dove nasce questo testo

Testo originale di Mario Antonelli, scritto per marioantonelli.it. Questo concetto è già espresso dall'autore nel racconto “Sii imperfetto, e tutti vorranno essere come te” del libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze (Parte I – Fino a 20 anni), riproposto nell'articolo Sii imperfetto: è la parte di te che gli altri riconoscono e nella puntata 7 “La paura di non farcela” del podcast You Leader Easy, riproposto nell'articolo La paura di non farcela.

L'articolo in breve

  • Introduzione

    Un errore a scuola può indicare dove fermarsi e cosa ripassare. Perché diventi utile, però, serve un clima in cui correggere non significhi umiliare.

  • Casistica quotidiana

    È solo una possibilità da tenere presente prima di considerare l’assenza di errori come l’unico segnale di apprendimento.

  • Riflessione e approfondimento

    Non una raccolta delle tue insufficienze: un posto dove ritrovare i punti che continuano a metterti in difficoltà.

  • Soluzioni e morale

    Nel lavoro, nelle relazioni, quando proviamo qualcosa di nuovo, ritroviamo la stessa questione: nascondere lo sbaglio o cercare di capire che cosa ci dice.

L'articolo completo

Quando trovi una risposta sbagliata sul quaderno, ti viene voglia di capirla o di voltare pagina? La seconda, a volte. Siamo cresciuti con l’idea che l’errore sia una macchia. E davanti a una macchia il primo pensiero è nasconderla, non mettersi a studiarla.

Succede così che lo sbaglio finisca nascosto proprio quando potrebbe servirci. Non perché sbagliare sia piacevole. Una risposta che non torna resta una risposta che non torna. Ma possiamo guardarla senza trasformarla in un giudizio su chi l’ha scritta.

A scuola questa differenza conta. Per chi impara e per chi corregge. Possiamo partire da qui, senza chiedere a nessuno di essere contento quando un esercizio va male.

Che cosa ti sta dicendo quella risposta?

Un errore contiene un’informazione. Magari non hai capito un passaggio. Magari una regola non ti è rimasta in testa. Oppure non hai letto la consegna. Il risultato può essere lo stesso, una risposta sbagliata, ma il punto da riprendere cambia.

Se ci fermiamo soltanto a dire «è sbagliato», quell’informazione resta lì. Per usarla dobbiamo fare una domanda un po’ più precisa: dove si è interrotto il ragionamento? Nella comprensione, nella memoria della regola, nella lettura di quello che veniva chiesto?

Non è un modo elegante per far finta che l’errore non ci sia. C’è, e va corretto. È un modo per lavorarci sopra invece di limitarci a coprirlo.

Un esercizio riuscito per caso, del resto, ci racconta meno. Il risultato è giusto, bene. Ma da solo non ci dice se abbiamo capito. Una risposta sbagliata può mostrarci con più chiarezza il passaggio sul quale tornare.

E se gli errori non arrivano? Può anche darsi che gli esercizi siano troppo facili. Non è una sentenza, né un invito a cercare lo sbaglio a ogni costo. È solo una possibilità da tenere presente prima di considerare l’assenza di errori come l’unico segnale di apprendimento.

Per questo mi piace il quaderno degli errori. Il nome non promette grandi avventure, lo ammetto. Basta una pagina su cui raccogliere gli sbagli che rifai. Non una raccolta delle tue insufficienze: un posto dove ritrovare i punti che continuano a metterti in difficoltà.

Prima di una verifica, riparti da quella pagina. È il ripasso più efficiente che conosca, perché ti porta proprio dove hai bisogno di lavorare. Non dove l’esercizio viene già bene, ma dove qualcosa ancora sfugge.

Correggere senza umiliare

Tutto questo, però, ha bisogno di un clima adatto. Se un ragazzo sa che verrà umiliato, difficilmente mostrerà volentieri il proprio errore. Gli stiamo chiedendo di esporre proprio quello che ha imparato a nascondere.

Vale in classe. Vale a casa. Il tono con cui correggiamo può fare la differenza tra un’occasione per capire e un momento di vergogna. E riguarda noi adulti, non soltanto i ragazzi e la loro disponibilità ad accettare una correzione.

Non serve fingere che sia tutto giusto. Possiamo dire con chiarezza che una risposta è sbagliata, senza umiliare chi l’ha data. La difficoltà resta. Resta anche il lavoro da fare. Ma almeno l’errore può essere guardato, anziché nascosto.

Imparare a stare dentro questa difficoltà serve oltre la scuola. Nel lavoro, nelle relazioni, quando proviamo qualcosa di nuovo, ritroviamo la stessa questione: nascondere lo sbaglio o cercare di capire che cosa ci dice.

Come si vede nella vita di tutti i giorni

Lo vedi quando giri pagina in fretta davanti alla risposta sbagliata, come se guardarla la rendesse più vera. Quando lo stesso errore torna in tre verifiche di fila e ogni volta sembra una sorpresa. Quando un ragazzo nasconde il compito corretto perché a casa l'errore è sempre diventato un rimprovero.

Prova a chiederti

Questo errore che cosa mi sta dicendo: un passaggio non capito, una regola dimenticata, una consegna letta male? Quando correggo, sto guardando il fatto o la persona?

Oggi puoi cominciare da una pagina del quaderno. Scrivici un errore che continui a rifare e, accanto, il passaggio da riprendere. Uno solo, per cominciare.

Continua da qui

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