Filosofia pratica
Lascialo fare a modo suo
Redazione marioantonelli.it · 24 settembre 2026
Da dove nasce questo testo
Testo scritto a partire da un contenuto di Mario Antonelli già pubblicato: Scegli le tue persone (e rispetta il passo di ognuna).
L'articolo in breve
Introduzione
Chiediamo a qualcuno di occuparsi di una cosa. Poi gli restiamo accanto a correggere ogni passaggio. Ma affidare un compito significa anche lasciare spazio a un modo diverso dal nostro.
Casistica quotidiana
Altre volte c’è fretta: spiegare richiede tempo e riprendere in mano il lavoro sembra la strada più corta.
Riflessione e approfondimento
Ma l’ordine dei passaggi, una frase costruita diversamente, un sistema di appunti che a noi sembra strano?
Soluzioni e morale
Quando ti viene da correggere, fermati un momento e chiediti: «Quale problema concreto sto evitando?»
L'articolo completo
La lavastoviglie è aperta. Qualcuno sta caricando i piatti e tu passi di lì. Ti fermi. Quel bicchiere lo avresti messo sopra. Il piatto grande, invece, un po’ più a destra.
«Aspetta, faccio io.»
Tre parole. Il lavoro torna nelle tue mani. L’altra persona si sposta e magari pensa che la prossima volta convenga lasciarti fare direttamente. Tu, più tardi, potresti chiederti perché in casa devi occuparti di così tante cose.
Naturalmente non è una questione di piatti. Anche se davanti a una lavastoviglie sappiamo esprimere convinzioni degne di un progetto spaziale.
Succede anche con una presentazione, un viaggio da organizzare, una cena da preparare. Chiediamo una mano. La riceviamo. Poi cominciamo a guidarla, dito per dito.
«Io partirei da qui.»
«No, prima telefona.»
«Mandami tutto prima di inviarlo.»
A quel punto abbiamo affidato davvero qualcosa? Oppure abbiamo cercato qualcuno che esegua i movimenti mentre noi continuiamo a tenere la regia?
Non c’è per forza sfiducia, dietro. A volte c’è esperienza. Abbiamo già sbagliato, conosciamo un passaggio delicato, vogliamo evitare una complicazione. Altre volte c’è fretta: spiegare richiede tempo e riprendere in mano il lavoro sembra la strada più corta.
E qualche volta c’è una difficoltà più semplice da capire che da ammettere. Vedere una cosa fatta diversamente ci disturba. Anche quando funziona.
Noi sappiamo come cominceremmo. L’altro comincia da un’altra parte. Noi avremmo scritto cinque righe. Ne scrive tre. Noi avremmo telefonato al mattino. Lui aspetta il pomeriggio, perché sa che troverà la persona giusta.
Il risultato non è ancora arrivato, ma nella nostra testa è già partita la correzione.
Qui può aiutarci una distinzione molto concreta. Che cosa serve perché il lavoro sia fatto bene? E che cosa, invece, serve soltanto perché assomigli a come lo faremmo noi?
Non sono la stessa cosa.
Se un documento deve contenere certe informazioni, quelle informazioni ci devono essere. Se c’è una spesa concordata, va rispettata. Se un passaggio comporta un rischio, non lo lasciamo al caso. Dare spazio non significa disinteressarsi o fingere che ogni scelta abbia lo stesso valore.
Ma l’ordine dei passaggi, una frase costruita diversamente, un sistema di appunti che a noi sembra strano? Può darsi che non abbiano bisogno della nostra approvazione.
Il punto delicato è questo: spesso chiamiamo errore una differenza. E interveniamo prima ancora di verificare se crei davvero un problema.
Per chi sta facendo, non è piacevole. Sta cercando di portare a termine un incarico e intanto deve indovinare il nostro metodo. Un metodo che magari non abbiamo spiegato, perché ci sembrava ovvio.
Così aggiungiamo un lavoro al lavoro. Non basta organizzare la cena. Bisogna organizzarla come l’avremmo organizzata noi, senza sapere esattamente come.
Poi ci stupiamo se arrivano domande su ogni dettaglio. «Questo va bene? Quello lo posso fare?» A volte siamo stati proprio noi a rendere necessarie tutte quelle autorizzazioni.
Possiamo cambiare qualcosa prima di affidare il prossimo compito. Dire quale risultato ci serve. Chiarire i limiti reali. Chiedere se mancano informazioni. E concordare un momento per fare il punto, se la situazione lo richiede.
Dopo, però, viene la parte meno comoda: lasciare che l’altro lavori.
Anche senza una nostra osservazione ogni dieci minuti. Anche se usa un procedimento che non avremmo scelto. Anche sopportando quel piccolo prurito alle mani che ci fa venire voglia di sistemare tutto.
Non sarà adatto a ogni situazione. Chi sta imparando può aver bisogno di affiancamento. Un lavoro delicato può richiedere controlli precisi. Ma possiamo dirlo prima, invece di annunciare autonomia e poi ritirarla un passaggio alla volta.
Oggi prova con una cosa piccola che hai già affidato a qualcuno. Quando ti viene da correggere, fermati un momento e chiediti: «Quale problema concreto sto evitando?»
Se la risposta è soltanto «Io farei diversamente», per questa volta lascia finire.
Queste riflessioni divulgative non sostituiscono consulenze mediche, psicologiche, legali o finanziarie né la formazione professionale. Note legali complete
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