L'importanza della comunicazione · 14 ottobre 2024
Le parole che usiamo ci costruiscono
Da dove nasce questo testo
Testo originale di Mario Antonelli, scritto per marioantonelli.it. Questo concetto è già espresso dall'autore nel paragrafo 15 “Le cinque “P”” del libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze (Parte II – Guida antiminchiolanza), riproposto nell'articolo Le cinque P: diventi ciò che pensi (per davvero) e nella puntata 1 “Parlarsi bene” del podcast Secret Garden, riproposto nell'articolo Parlarsi bene.
L'articolo in breve
Introduzione
Le parole che diciamo a noi stessi e agli altri contano. Non per fingere che vada tutto bene, ma per distinguere un fatto da un giudizio che ci resta addosso.
Casistica quotidiana
Ed è qui che le parole ci costruiscono: nel modo in cui, una frase dopo l’altra, raccontiamo a noi stessi chi siamo.
Riflessione e approfondimento
Possiamo usare un criterio semplice: parlare di noi come parleremmo a una persona a cui vogliamo bene.
Soluzioni e morale
Lo vedi quando sbagli una presentazione e per giorni ti ripeti «sono un disastro», invece di «quella slide non funzionava».
L'articolo completo
Quante volte, quando stai per fare qualcosa, ti dici «devo»? E che cosa cambia se, per quello stesso gesto, dici «scelgo di»?
Il gesto può restare identico. Ma cambia il modo in cui ti ci metti davanti. Nel primo caso senti soprattutto l’obbligo. Nel secondo riconosci una scelta. Non è una sostituzione da fare in automatico: ci sono doveri veri, e chiamarli scelte a forza sarebbe poco onesto. Il punto è accorgerci delle parole che usiamo, invece di lasciarle parlare al posto nostro.
Sembra una differenza piccola. Due espressioni, niente di più. Eppure raccontano una posizione diversa della persona che le pronuncia. Possiamo partire da qui, senza chiedere alle parole di risolverci la vita. Hanno già abbastanza lavoro.
Quella conversazione che non finisce
Il dialogo interno è la conversazione più lunga della nostra vita. Ci siamo dentro così spesso che quasi smettiamo di sentirla. E raramente ci fermiamo a controllare che cosa ci stiamo dicendo.
Non serve rimproverarci anche per questo. Sarebbe un modo piuttosto curioso di cominciare a parlarci meglio.
Possiamo però ascoltare una frase che torna: «Non sono capace».
A prima vista sembra un’analisi. Una conclusione presa dopo aver guardato come sono andate le cose. Ma, quando ce la ripetiamo, quella frase finisce per somigliare più a un ordine: questo sei, da qui non ti muovere.
Non descrive più soltanto una difficoltà. Descrive noi. O pretende di farlo.
Ed è qui che le parole ci costruiscono: nel modo in cui, una frase dopo l’altra, raccontiamo a noi stessi chi siamo. Per questo scegliere una parola più precisa non è una questione di eleganza. È un modo per non scambiare quello che è successo con tutto quello che siamo.
Precisi, non ottimisti a comando
Se una cosa è andata male, è andata male. Non abbiamo bisogno di darle una mano di vernice allegra. E tu non hai bisogno di sentirti dire che va tutto bene, quando sai che non è così.
La distinzione è un’altra.
«Questa cosa non mi è riuscita oggi» parla di un fatto. C’è qualcosa che hai provato a fare, c’è un risultato che non è arrivato, c’è un oggi.
«Sono un fallito» cancella quelle distinzioni. Prende una cosa non riuscita e la fa diventare un giudizio sull’intera persona. Sembra una frase più severa, quindi forse più sincera. Ma la severità non è una garanzia di precisione.
Riconoscere una difficoltà senza trasformarla in una condanna non significa cercare scuse. Significa chiamarla con il suo nome. Anche quando pesa. Anche quando avremmo preferito un risultato diverso.
Possiamo usare un criterio semplice: parlare di noi come parleremmo a una persona a cui vogliamo bene. Non le diremmo per forza che ha fatto tutto giusto. Potremmo dirle una cosa scomoda. Ma proveremmo a non ridurla al suo errore.
La stessa attenzione serve quando le parole escono e arrivano agli altri. Una frase detta a un figlio o a un collaboratore può restare vent’anni. Noi possiamo aver finito di pronunciarla. Per chi l’ha ricevuta, invece, può non essere finita lì.
Non significa dover pesare ogni sillaba con l’ansia di sbagliare. Significa ricordarci che una frase lascia il segno, a volte più a lungo di quanto immaginiamo. E che possiamo scegliere se parlare di quello che è successo oppure appiccicare un giudizio alla persona.
Come si vede nella vita di tutti i giorni
Lo vedi quando sbagli una presentazione e per giorni ti ripeti «sono un disastro», invece di «quella slide non funzionava». Quando dici a tuo figlio «sei distratto» e quella parola gli resta addosso più del compito sbagliato. Quando «devo farlo» pesa il doppio di «scelgo di farlo», e il gesto è lo stesso.
Prova a chiederti
Che cosa, precisamente, non mi è riuscito? Parlerei così a una persona a cui voglio bene?
Oggi prova con una frase sola. Quando ti senti dire «non sono capace», fermati e chiediti che cosa, precisamente, non ti è riuscito. Poi dillo così, senza aggiungere una sentenza su di te. Per cominciare, basta questo.
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