Mario Antonelli

Filosofia pratica

Dopo le scuse, cosa fai?

Redazione marioantonelli.it · 16 settembre 2026

Da dove nasce questo testo

Testo scritto a partire da un contenuto di Mario Antonelli già pubblicato: Avvisa prima che debbano cercarti.

L'articolo in breve

  • Introduzione

    Chiedere scusa conta. Ma se un nostro errore ha creato un problema, c’è anche un pezzo da sistemare. Senza grandi promesse e senza chiedere all’altro di rassicurarci.

  • Casistica quotidiana

    Se insistiamo troppo su quanto stiamo male, può succedere una cosa curiosa: quella persona finisce per consolare noi.

  • Riflessione e approfondimento

    Possiamo aver dormito poco, ricevuto dieci richieste insieme, avuto una preoccupazione seria.

  • Soluzioni e morale

    Possiamo fare una proposta e lasciare spazio alla risposta: «Posso occuparmi di questa parte.

L'articolo completo

Hai appena mandato un documento. Posiamo il telefono, prendiamo il caffè e arriva la risposta: «Guarda che questa è la versione vecchia».

Riapri il messaggio. Controlli. È proprio quella vecchia. E adesso qualcuno deve rifare un pezzo di lavoro perché tu hai allegato il file sbagliato.

La prima parola viene facile: scusa.

Quello che viene dopo, un po’ meno.

Perché dopo le scuse ci sono almeno due strade. Possiamo raccontare quanto siamo dispiaciuti. Oppure possiamo capire che cosa serve per sistemare il guaio. A volte facciamo entrambe le cose. A volte restiamo parecchio sulla prima.

«Non sai che giornata ho avuto.»

«Ero convinto di aver controllato.»

«Mi sento proprio un cretino.»

Sono frasi comprensibili. Non c’è per forza il tentativo di cavarsela. Quando sbagliamo ci dispiace anche per l’immagine che abbiamo di noi. Ci consideriamo attenti, disponibili, precisi. Poi basta un allegato a presentarci una versione meno elegante. E senza nemmeno chiederci il permesso.

Il punto è che, dall’altra parte, c’è una persona con un problema in più. Magari piccolo. Magari no.

Se insistiamo troppo su quanto stiamo male, può succedere una cosa curiosa: quella persona finisce per consolare noi.

«Dai, non importa.»

«Figurati, capita.»

E così, oltre al lavoro da rifare, le abbiamo lasciato anche il compito di farci sentire meglio. Non era la nostra intenzione. Ma il risultato può essere quello.

Allora da dove si riparte?

Da una frase abbastanza precisa da non nascondere l’accaduto. «Ti ho mandato il documento sbagliato. Hai lavorato su indicazioni che non erano aggiornate.»

Non serve un verbale. Serve riconoscere il fatto, compresa la conseguenza per l’altro. È diverso da «Scusa per il disguido». Il disguido sembra una cosa passata di lì da sola. Quell’allegato, invece, l’abbiamo mandato noi.

Questo non significa metterci sotto processo.

Possiamo aver dormito poco, ricevuto dieci richieste insieme, avuto una preoccupazione seria. Le circostanze contano. Ci aiutano a capire come siamo arrivati all’errore. Ma non tolgono automaticamente il lavoro dalla scrivania dell’altro.

Poi viene la parte pratica.

«Ti mando quello corretto e ti segno i punti cambiati, così non devi ricontrollare tutto.»

Ecco, qui le scuse cominciano a essere utili anche a chi le riceve.

Non perché una persona debba meritarsi il perdono facendo qualcosa. Il perdono non è una ricevuta da ottenere a lavoro finito. È che possiamo occuparci di una conseguenza, invece di limitarci a commentarla.

Succede anche fuori dall’ufficio.

Hai dimenticato di comprare quello che serviva per la cena. Puoi passare dieci minuti a spiegare perché. Oppure puoi dire: «Me ne sono dimenticato. Scendo io, faccio ancora in tempo?».

Hai restituito un oggetto danneggiato. Prima di cercare la frase perfetta, puoi proporti di farlo riparare, concordando come.

La misura conta. Non serve rispondere a una piccola svista con una promessa gigantesca. «Da oggi sarò un’altra persona» è impegnativo. «Controllo l’allegato prima di inviarlo» ha dimensioni più adatte a un martedì.

E conta anche non decidere da soli che cosa dovrebbe bastare all’altro.

Magari la nostra soluzione arriva tardi. Magari non risolve il punto che gli pesa di più. Possiamo fare una proposta e lasciare spazio alla risposta: «Posso occuparmi di questa parte. Ti aiuterebbe?».

Senza aggiungere subito: «Però adesso non prendertela».

Chi riceve le scuse può aver bisogno di tempo. Può restare contrariato anche dopo che abbiamo fatto il possibile. Non è piacevole, certo. Ma sistemare un errore non ci dà il telecomando delle emozioni altrui.

Ci sono poi cose che non si rimettono a posto del tutto. Una confidenza raccontata, per esempio, non torna privata perché ci dispiace. Lì occorre riconoscere anche il limite. Fermare la diffusione dove possiamo. Non promettere di cancellare quello che non possiamo cancellare.

Oggi puoi fare una verifica piccola. C’è una scusa che hai già pronunciato e dietro la quale è rimasta una faccenda aperta?

Se c’è, non preparare un altro messaggio lunghissimo. Individua una cosa concreta di cui puoi occuparti. Proponila alla persona interessata. E, se serve davvero, falla.

Queste riflessioni divulgative non sostituiscono consulenze mediche, psicologiche, legali o finanziarie né la formazione professionale. Note legali complete

Fa parte del tema Forza interiore: tutti gli articoli e le puntate

Continua da qui

  1. 01Perché ti sembra di non fare mai abbastanza
  2. 02Come non finire in mezzo ai litigi degli altri
  3. 03Come smettere di rispondere al posto degli altri

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