Scuola e crescita personale · 1 dicembre 2024
Come aiutare un figlio che non ha voglia di studiare
Da dove nasce questo testo
Testo originale di Mario Antonelli, scritto per marioantonelli.it. Lo stesso filo di pensiero attraversa il libro You Leader Trilogy Vol. 1 — No alle minchiolanze e le puntate dei suoi podcast.
L'articolo in breve
Introduzione
Dietro la poca voglia di studiare può esserci la paura di non farcela. Aiutare significa stare accanto senza sostituirsi, riconoscere i piccoli passi e capire quando chiedere una mano.
Casistica quotidiana
Non risolve il problema dello studio, però aiuta a capire perché insistere con più pressione possa rinforzare proprio quello che vorremmo sciogliere.
Riflessione e approfondimento
E invece anche un passo piccolo merita di essere riconosciuto, senza trasformarlo in una cerimonia.
Soluzioni e morale
E se la difficoltà dura, è forte e riguarda anche il sonno, l’umore o le amicizie, non restare fermo alla questione dello studio.
L'articolo completo
Che cosa fai quando tuo figlio non studia e senti che stai per alzare la voce?
La domanda è semplice. Starci dentro, un po’ meno. Perché vedere un figlio che non si impegna può farti disperare. Tu vorresti aiutarlo, lui non parte, e la voce sale. Non era questo il programma, ma eccoci qui.
Non serve aggiungere un rimprovero anche per noi genitori. Serve provare a capire che cosa stiamo guardando. È davvero soltanto poca voglia? Oppure quel non provarci sta proteggendo qualcosa?
Prima di chiamarla pigrizia
Dietro un figlio che non studia può esserci la sensazione di non essere capace. E quando ti senti incapace, evitare il tentativo può sembrarti più sopportabile che affrontarlo.
Il ragionamento è questo: se non mi impegno, posso raccontarmi che non ho fallito. Semplicemente, non ci ho provato. Il risultato resta lì, ma almeno non diventa una prova della mia incapacità.
È una difesa. Non risolve il problema dello studio, però aiuta a capire perché insistere con più pressione possa rinforzare proprio quello che vorremmo sciogliere. Noi spingiamo perché il ragazzo cominci. Lui si difende dal timore di non riuscire. E spingere ancora non è necessariamente la risposta.
Questo non significa far finta che vada bene così. La difficoltà c’è, anche per chi gli sta accanto. Significa distinguere il compito dalla persona, e cercare un modo di esserci che non assomigli soltanto a un controllo.
Accanto, senza prendere il suo posto
Puoi cominciare da una cosa molto concreta: sederti vicino a lui per i primi dieci minuti. Stare lì, senza fare il lavoro al posto suo. Poi lasciarlo proseguire.
Il punto non è accompagnarlo per tutto il tempo né sostituirti a lui appena incontra una difficoltà. È offrirgli una presenza iniziale, lasciando che il compito rimanga suo. Una vicinanza che non diventi un altro modo di controllare.
Poi ci sono i passi piccoli. Quelli che rischiamo di non vedere perché aspettiamo il risultato. Se riconosci soltanto l’arrivo, tutto ciò che viene prima resta fuori dal tuo sguardo. E invece anche un passo piccolo merita di essere riconosciuto, senza trasformarlo in una cerimonia. Possiamo risparmiarci il discorso ufficiale.
Conta anche come parliamo delle difficoltà. «Questa cosa non ti riesce ancora» e «non sei capace» non dicono la stessa cosa. La prima frase riguarda qualcosa che sta facendo. La seconda riguarda lui, la persona intera.
Separare questi due piani non vuol dire negare che il compito non riesca. Vuol dire non usare quella difficoltà per definire tuo figlio. Possiamo guardare il problema senza farlo diventare un’etichetta.
Un ragazzo ha bisogno di un adulto che creda in lui anche quando lui fatica a farlo. Più che di un controllore, ha bisogno di questa fiducia. Non di qualcuno che cancelli la fatica o svolga il compito al suo posto.
E se la difficoltà dura, è forte e riguarda anche il sonno, l’umore o le amicizie, non restare fermo alla questione dello studio. Parlane con gli insegnanti e con un professionista. Chiedere aiuto non è una resa. È buon senso.
Questo resta un punto di vista personale, non una consulenza educativa o psicologica.
Come si vede nella vita di tutti i giorni
Lo vedi quando il quaderno resta chiuso sul tavolo e ogni tuo «hai fatto i compiti?» ottiene solo un brontolio. Quando tuo figlio dice «tanto non ci capisco niente» prima ancora di provarci. Quando la sera finisce in un braccio di ferro e nessuno dei due ha studiato né si è calmato.
Prova a chiederti
Sta evitando il compito, o sta evitando la sensazione di non riuscirci? In questi giorni sto più controllando o più standogli accanto?
Per oggi puoi partire da quei dieci minuti: siediti accanto a tuo figlio, senza sostituirti a lui. Poi lascia che provi a continuare.
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Sto attraversando un momento difficileUn percorso tra puntate, podcast e letture su questo tema →