marioantonelli.it
I grandi Visionari

Viktor Frankl: un perché anche nel dolore

Neurologo e psichiatra viennese, deportato nei lager nazisti, perse quasi tutta la famiglia. Viktor Frankl e la sua testimonianza sulla ricerca di un senso anche nel dolore.

1 novembre 2026

Viktor Frankl
Viktor Frankl (Prof. Dr. Franz Vesely, CC BY-SA 3.0 DE, via Wikimedia Commons)Licenza: CC BY-SA 3.0 DEFranz Vesely, CC BY-SA 3.0 DE

Ci sono storie che non si raccontano a cuor leggero. Quella di Viktor Frankl è una di queste. Parla di lager, di perdite enormi, di un dolore che nessuno dovrebbe vivere. Eppure, da quel buio, è uscito un libro che milioni di persone hanno letto per trovare un po' di luce nei loro giorni difficili.

Lo dico subito: questa non è una ricetta contro la sofferenza. È la storia di un uomo che ha provato a capire come si può restare umani anche quando tutto intorno lo nega.

Chi era

Viktor Emil Frankl nasce a Vienna nel 1905, in una famiglia ebrea. Fin da ragazzo si interessa a come funziona la mente e a una domanda che lo accompagnerà per tutta la vita: che cosa dà senso alla nostra esistenza?

Studia medicina, diventa neurologo e psichiatra. Negli anni Trenta lavora molto con persone in grande difficoltà e comincia a sviluppare un suo approccio, che chiamerà logoterapia, centrato sulla ricerca di significato. È un ambito clinico e professionale: qui ne racconto la storia, non il metodo di cura.

Il punto di svolta

Nel 1942 Frankl viene deportato con la moglie Tilly e i genitori nel ghetto di Theresienstadt. È l'inizio di quasi tre anni nei campi nazisti: dopo Theresienstadt, Auschwitz e poi campi legati a Dachau. Il padre muore a Theresienstadt. La madre e il fratello muoiono ad Auschwitz. La moglie muore a Bergen-Belsen.

Frankl viene liberato nel 1945. Torna a Vienna e scopre che quasi tutta la sua famiglia non c'è più. Nel 1946 scrive in pochi giorni il libro che in Italia conosciamo come Uno psicologo nei lager. Racconta quello che ha visto, senza eroismi, con una lucidità che toglie il fiato.

Poi ricomincia. Dirige per decenni il reparto di neurologia di una clinica viennese, si risposa, insegna, scrive. Muore a Vienna nel 1997.

Cosa possiamo prendere da lui

La prima lezione riguarda la libertà interiore. Frankl osserva che nei lager agli esseri umani veniva tolto quasi tutto. Ma racconta di persone che, anche lì, sceglievano di condividere il poco pane o di dire una parola gentile. Per lui questo dimostrava che resta sempre uno spazio piccolissimo in cui decidere come stare davanti a ciò che accade. È un'idea che ricorda molto Epitteto: ciò che dipende da noi, nato schiavo duemila anni prima.

La seconda lezione è sul perché. Frankl cita spesso un pensiero di Nietzsche: chi ha un perché per vivere sopporta quasi ogni come. Il senso, per lui, non si inventa a tavolino. Si trova nelle cose concrete: una persona da amare, un lavoro da portare a termine, un modo dignitoso di affrontare una prova.

La terza lezione è la più delicata. Frankl non dice che il dolore sia buono o che vada cercato. Dice che, quando non possiamo evitarlo, possiamo ancora scegliere che cosa farne. È un pensiero da maneggiare con rispetto. Se stai attraversando un momento davvero pesante, la cosa più saggia resta chiedere aiuto a un professionista o a una persona di fiducia: queste righe non sostituiscono nessun percorso di cura.

Sulla forza della memoria, dopo la Shoah, leggi anche Liliana Segre e la forza della memoria contro l'indifferenza.

Alla fine, Viktor Frankl ci lascia una domanda semplice: non che cosa mi aspetto dalla vita, ma che cosa la vita si aspetta da me, oggi.

Riferimenti

Questo contenuto è stato realizzato a partire da fonti reali e autorevoli, con il supporto dell’intelligenza artificiale generativa e la supervisione della redazione.

Altri visionari

Community WhatsApp

Il posto dove You Leader continua durante la settimana

Riflessioni, note vocali, domande, anticipazioni e cose che non finiscono sui social.

Entra nella community