Mario Antonelli

Filosofia pratica

Mi vuoi bene anche se gli dai ragione

Redazione marioantonelli.it · 29 settembre 2026

Da dove nasce questo testo

Testo scritto a partire da un contenuto di Mario Antonelli già pubblicato: Scegli le tue persone (e rispetta il passo di ognuna).

L'articolo in breve

  • Introduzione

    Quando raccontiamo un litigio, possiamo cercare conforto e ritrovarci a chiedere una dichiarazione di fedeltà. Ma chi ci vuole bene può starci vicino senza darci ragione su tutto.

  • Casistica quotidiana

    Se non arriva, cominciamo a dubitare: forse non mi capisci, forse non posso contare su di te, forse era meglio non dirti niente.

  • Riflessione e approfondimento

    Ascoltare non significa trasformarsi nell’avvocato di chi non c’è, con tanto di arringa mentre l’altro cerca ancora di finire il racconto.

  • Soluzioni e morale

    Parlo dei contrasti quotidiani, quelli in cui possiamo essere arrabbiati senza chiedere agli amici di interrompere altri rapporti per dimostrarci qualcosa.

L'articolo completo

Sei al telefono. Stai raccontando una discussione avuta in ufficio, oppure a cena con tuo fratello. Ripeti le parole, ricostruisci il tono, aggiungi quel particolare che secondo te spiega tutto.

Dall’altra parte qualcuno ascolta. Poi dice: «Su quella cosa, però, forse non aveva tutti i torti».

E lì cambia qualcosa.

Fino a un momento prima stavi parlando del litigio. Adesso ti viene da discutere anche con chi hai chiamato. «Ah, quindi stai dalla sua parte?».

È una domanda piccola. Ma può mettere una persona piuttosto scomoda: per dimostrarti che ti vuole bene, dovrebbe pensarla come te.

Quando siamo feriti, una risposta così può bruciare. Non avevamo chiamato per aprire un dibattito. Cercavamo un po’ di vicinanza. Magari abbiamo passato tutta la giornata a trattenerci e quella telefonata era il primo posto in cui potevamo parlare senza misurare ogni parola.

Ci sta che una correzione, proprio lì, suoni male.

Il punto non è pretendere da noi una calma da manuale. Già trovare parcheggio in certe giornate richiede una preparazione che non abbiamo. Figuriamoci accogliere serenamente un’obiezione mentre stiamo ancora ribollendo.

Possiamo però accorgerci del passaggio che stiamo facendo.

Una cosa è dire: «Questa situazione mi ha fatto male». Un’altra è chiedere: «Dimmi che l’altro è una persona orribile». La prima frase racconta come stiamo. La seconda chiede a chi ascolta di firmare sotto la nostra versione.

E quella firma, a volte, diventa il prezzo della confidenza.

Se arriva, siamo amici. Se non arriva, cominciamo a dubitare: forse non mi capisci, forse non posso contare su di te, forse era meglio non dirti niente.

Ma davvero vogliamo sapere che cosa pensa una persona, oppure vogliamo sentirle ripetere quello che abbiamo appena detto?

Non è una domanda comoda. Soprattutto quando siamo convinti di avere ragione. E può darsi che, su molte cose, ce l’abbiamo davvero.

Chi ci ascolta, però, conosce quello che gli stiamo raccontando. Non era nella stanza. Non ha sentito tutto. Può volerci bene e restare incerto sul comportamento di qualcuno che non ha potuto ascoltare.

Quell’incertezza non è necessariamente freddezza. Può essere un modo onesto di stare nella conversazione.

C’è anche un’altra possibilità. Una persona ci conosce abbastanza da riconoscere quando stiamo esagerando un dettaglio. Oppure sente che la risposta che prepariamo per domani rischia di complicare una situazione già difficile.

Può dircelo senza smettere di esserci vicina.

Naturalmente conta come lo dice. «Te la sei cercata» non aiuta molto. Nemmeno interrompere ogni frase per difendere l’assente. Ascoltare non significa trasformarsi nell’avvocato di chi non c’è, con tanto di arringa mentre l’altro cerca ancora di finire il racconto.

Si può riconoscere una ferita e avere un’opinione diversa su un fatto. «Capisco perché ci sei rimasto male. Su quella risposta, però, la vedo diversamente». Le due cose possono stare nella stessa telefonata.

E noi possiamo non essere pronti a parlarne subito.

Possiamo dire: «Adesso faccio fatica a ragionarci. Ho bisogno di raccontartelo, poi ci torno». È diverso da «Se mi conoscessi, mi daresti ragione». Nel primo caso spieghiamo un bisogno. Nel secondo mettiamo in discussione il rapporto per ottenere un assenso.

Succede anche nelle compagnie. Due persone litigano e, poco alla volta, gli altri vengono interrogati. Con chi hai parlato? Perché hai risposto al suo messaggio? Quindi domani ci vai lo stesso?

Un contrasto tra due finisce per occupare la rubrica intera.

Non parlo di situazioni in cui servono protezione e confini netti. Parlo dei contrasti quotidiani, quelli in cui possiamo essere arrabbiati senza chiedere agli amici di interrompere altri rapporti per dimostrarci qualcosa.

Lasciare questa libertà può farci sentire meno confermati, sul momento. Ma permette a chi ci sta vicino di parlarci senza dover calcolare ogni risposta. Anche un’amicizia ha bisogno di questo spazio.

Oggi, se durante uno sfogo senti arrivare quel «Da che parte stai?», prova a fermarti prima di dirlo. Puoi sostituirlo con una frase più precisa: «Su cosa la vedi diversamente?». Poi lascia finire la risposta.

Queste riflessioni divulgative non sostituiscono consulenze mediche, psicologiche, legali o finanziarie né la formazione professionale. Note legali complete

Continua da qui

  1. 01Come non finire in mezzo ai litigi degli altri
  2. 02Come chiedere aiuto senza sentirti un peso
  3. 03Come chiedere com’è andata senza mettere pressione

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