Mario Antonelli

YOU LEADER BOOKS - Puntata 05

venerdì 24 marzo 2023 · ore 07:09

Di cosa si parla

Quali parole di famiglia ti fanno sentire subito a casa? Con Mayra parliamo di quel lessico fatto di frasi, detti e ricordi che capisci solo tra i tuoi. Ti racconto il nostro Taka Taka, il telecomando: una telefonata a mio padre ne svela l’origine nel rumore del proiettore Super 8. Tra canzoni, libri e passioni, ci chiediamo che cosa una famiglia trasmette ai figli, anche senza accorgersene.
YOU LEADER BOOKS - Puntata 05 "Famiglia & famiglia" #youleaderbooks #youleader
Trascrizione della puntata
------------------------------------------------ Ciao a tutti e grazie per aver guardato il mio video. Se io penso a quanto l'ho consumata sta canzone da ragazzina e adesso me la ritrovo qui, non ci posso pensare, guarda, buonasera! Benvenuti, benvenuti. Allora, Antonelli, come stiamo? Come va? Come va? E il cuore, e il cuore? Molto bene, ma guarda quanta gente già c'ha scritto. Anna, Melina, buonasera. Ciao ragazze. Bucnasera da Credo. Federica, buonasera live da Cristiano. Buonasera live da Bosco Mesola e Lisa. Valentina, buonasera. Oh, quanta bella gente. Siamo tanti, siamo tanti. Tanti, tanti. Allora, buonasera a te, benvenuta, benvenuto. Benvenuto a te, benvenuto a te. Allora, se non ti dispiace mi piacerebbe aprire questa conversazione, ovviamente con una citazione, perché altrimenti che stiamo a fa? Eh certo. Se no i books dove stanno? Allora, ho preso questa citazione credo dal libro che per quanto riguarda l'argomento di oggi sia assolutamente il top a livello italiano, un libro di diversi anni fa, che probabilmente qualcuno di noi ha anche studiato a scuola, se l'è ritrovato nei libri di testo, magari in qualche antologia, qualche stralcio eccetera, ma credo che più o meno tutti quelli della nostra generazione conoscono, forse quelli di oggi un pochino meno. Questo libro è L'essico familiare di Natalia Ginzburg, un libro che io ho adorato per tanti risvolti. Vi leggo questo piccolo passo perché è proprio da qui magari si vede un po' della famiglia, di un aspetto della famiglia, e dice così. Noi siamo cinque fratelli, abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo possiamo essere l'uno con l'altro indifferenti o distratti, ma basta fra noi una parola, basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche sentite ripetute infinite volte nel tempo della nostra infanzia. Queste frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come geoglifici egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza ad un nucleo vitale che ha cessato di esistere ma che sopravvive nei suoi testi. Io trovo questo passaggio molto molto bello e molto anche evocativo perché io credo che in ogni famiglia ci sia, se vogliamo, un lessico che viene utilizzato, delle parole, dei detti che vengono utilizzati magari più spesso dai genitori oppure tra i figli stessi eccetera e che rappresentano un po' una sorta di eredità anche che ci portiamo, che lasciamo anche nei nostri ricordi. Quindi volevo partire un po' da questo aspetto un po' coricino, diciamo, per iniziare a parlare appunto della famiglia e soprattutto degli aspetti più belli della famiglia. Detto questo, Mario, avevate voi nella vostra famiglia magari qualche parola che vi rappresentava, qualcosa che magari, sai, tra fratelli oppure anche tra i genitori si diceva spesso? Sì, tante cose mi evochi. Allora, nella mia famiglia… L'ho visto dalla tua faccia. È che ti ho sbloccato qualche ricordo. Mi hai sbloccato un ricordo. No, mi hai sbloccato la possibilità di raccontare questa cosa perché intanto ci penso. A casa mia, ma anche a casa di mia zia, di mia nonna e di mia cugina, tre donne che vivevano da sole, a cui casa frequentavamo tanto quando ero bambino e ragazzo, il telecomando del televisore, non so perché, si chiamava Taka Taka. Io non ho mai scovato l'origine. Ti sto parlando banalmente di una parola, non di una parola che all'epoca evocasse qualcosa, ma di un gergo strettamente familiare, il Taka Taka. Taka Taka, o con la G o con la C, perché tu pensi, da bambino il Taka Taka. E a casa mia, quando qualche volta c'era qualche… mia madre magari, quando c'erano i primi televisori Brion Vega, prendi il Taka Taka e cambia. Io credo che non sia al di fuori di quella casa questa cosa. Sì, il parlato, le parole, i concetti, i racconti, a volte sono cose comprensibili solo alla tua famiglia perché poi magari le racconti non vengono neanche compresi. Prima di chiedere a te quale fosse qualche parola diettiva della tua famiglia, voglio provare a ricordarmene qualcun'altra. Per esempio, a casa mia, per dire i truzzi, i burini, quelli che normalmente… l'izzucari, che non so se è un termine dialettale o italiano. Comunque, mamma, c'erano certe persone vestiti proprio come l'izzucari. È una parola che sì io dico all'esterno. Non la capisce nessuno. Com'è l'izzucaro? Sicuramente c'è un'etimologia, sicuramente viene da… non so da cosa. Però, ecco, parole che mi fanno sentire l'odore di casa, di un senso di appartenenza, che è importante. In questo libro ce ne sono tantissimi di questi esempi, parole inventate da loro, proprio perché quindi era soltanto loro, e io mi sono fatto un sacco di risate a leggere quel libro, quando parlava appunto di questo. Senti, a casa nostra in realtà non ce ne erano tanti, anche perché poi da noi non si parlava neanche il dialetto, in realtà. Però c'erano cose tipo la canzone che cantava sempre la nonna, ce l'aveva sempre… la sentivamo di continuo, perché cantava sempre solo quella. Oppure magari la parola che c'eravamo inventate con mia sorella, no? Per un'esclamazione, per dire che ti devo dire… madonna, non ci posso credere, per noi diventava milla, veramente! Cioè queste cose… milla, milla, milla! Poi chissà quante ce ne sono che magari non ricordo più. Dovrei parlare con mia sorella, perché mia sorella ha la memoria di un elefante, ricorda tutto, io ho qualcosina in meno. Mi sono venuti in mente i detti dei miei nonni, mentre leggevi, gli stessi che ripeto ai miei figli. Sì, sono quei detti, quelle frase. Si attaccava la televisione. No, io adesso devo fare un esperimento sociale. Chiamo mia madre in diretta. Dai. Madonna, che figura di merda! Dai, però è bellissimo, è bellissimo. Allora, faccio questo esperimento. Si sente? Sì, sì. Vediamo che succede. Stiamo trasferendo la tua chiamata alla segreteria telefonica. Starà parlando, adesso poi mi chiamerà lei, perché starà parlando con zia Ernesta, ne sono sicuro! Starà parlando con zia Ernesta che abita a Taranto, peraltro. Mi chiamerà lei. Quando squilla il telefono, faremo in viva voce e chiederò a mia madre il telecomando, come si chiamava. Vediamo cosa dice. Mia nonna, la forbice, la chiamava la sisora. Eh sì, ma sa di scissors. Bravo, stavo per dirlo. Evidentemente è una parola che ha un'etimologia, sì. Mia nonna non sapeva cambiare il telecomando da TV. Per lei erano tutti bottoni, così per fargli un capito incollammo un bottone sul tasto per spegnere. Ma è vero, Alfred, sembra una parola simpatica. Ciao, Nitalesca. Ciao, mamma di Mario. Ecco, ecco, mi sta chiamando, ma mio padre è questo, sicuramente. Vediamo che succede. Pronto? Qua abbiamo parenti in linea. Mamma sta facendo videochiamata con Elisa. Allora papà, aspetta, prima di lanciarti in torpi locui o impromesse, sappi che sei in diretta, perché stiamo facendo in questo momento la diretta di You Leader Books. Sai quella trasmissione settimanale con Mayra in cui parliamo? Sì. Allora io avevo chiamato mamma, adesso siamo in diretta e ci stanno ascoltando. Anzi vi invito a salutare mio padre. Ciao, ciao papà di Mario. Ciao. Perché stiamo parlando di famiglie e di gergo familiare, quindi di parole coniate dalle famiglie e comprensibili solo all'interno delle famiglie. Ti prego, dammi conferma e di a tutti come a casa nostra, come si chiamava il telecomando della televisione? Aspetta che ho perso i capelli e sto perdendo cura della cosa. Il takataka. Eh, ripeti, ripeti. Il takataka, quindi ho detto giusto. Perché? Una volta ho nomato Peika, in quanto proviene dal vecchio proiettore, quello Super 8, dove c'è il rumore del motore che fa takataka, takataka, takataka e di là viene. Poi ho applicato al telecomando che non c'è tre minute, però sai, io sono nato con i segnali di fumo, quindi takataka. Va bene, quindi ci hai illuminato e Mayra si sta sbellicando. Ma quindi mi confermi che è stata coniata dalla nostra famiglia questo termine, il takataka, come telecomando? Sì, sì. Dalla famiglia, anche dal nonno bersagliere, quando doveva dire che facciamo qualche cosa prendi il takataka. Perché, ripeto, è un rumore, allora ho nomato Peika, del vecchio proiettore, non quelli moderni. Sì, sì, sì, Super 8. Sì, sì, sì, sì. Che spettacolo! E ancora ora a me scappa, anziché telecomando, takataka. Cioè tutto quello che è un piccolo meccanismo, mi sono spiegato, che fa rumore, il rumore per noi è il takataka. È rimasto così che ormai è entrato in famiglia. Nel gergo. Va bene, allora, si esaurisce qui la tua prestazione live, in diretta. Ci sentiamo dopo per sapere le notizie della famiglia. Saluta a tutti! Ciao, saluta! Ciao! Arrivederci! Ciao! Carmi il riposo, eh! Va bene, va bene. Grazie, comodi, comodi, grazie, grazie. Ecco, ricordavo bene. È adorabile tuo padre, è adorabile. Fantastico. Madonna, ma che cosa mi ha fatto venire in mente. Cioè, bellissima questa immagine del Super 8, del tac tac tac tac tac. È riportato poi alla televisione. È di una poesia questa immagine meravigliosa, secondo me. Carla dice, mia nonna, in sbaccio, voleva dire so' chiusa, riferito alla finestra. In sbaccio, lascia la finestra in sbaccio. Le canzoni di mio papà, Ultimate, che canto ancora con i miei figli, è tipo Parlami d'amore, Mariù. Parlami d'amore, Mariù, tutta la mia vita sei tu. Poi la cacofonia, riferito a mille postre che tappezzavano le nostre camerette, o Casimiro, ovvero casinista, o ancora Sbrindolon, cioè sempre in giro. La persona in cui non ricordo il nome è definito Bagai, come Tananai. Sono tanto belle queste cose qua. Diciamo che da noi appunto non c'era un gergo, più che altro erano delle frasi che diceva una persona in particolare. Lascerò la parte diciamo della bestemmia che diceva spesso mio padre, che io mi sbellicavo ogni volta, perché fondamentalmente non significa assolutamente nulla. E poi una frase che lui diceva sempre, e la dice tuttora, le mamme dicono che tanto lo sapevano, lo sapevo io, invece mio padre diceva che io 13 non faccio, io 13 non faccio. Per dire l'unica cosa che non faccio, il resto sono tutte. Però la secco sempre. Senti, la famiglia però, Didi scusami. No, no, non c'ho niente da dire. Sto solo pensando. È stata un'immagine bellissima. E niente, dicevo che quando io penso a queste cose qua mi rendo conto di come le vivevamo anche da bambini. E a ricordarle adesso, che magari quando eravamo piccoli ci sembrava anche una cosa scontata, adesso invece a riviverlo ti dà quasi un senso di magia, se vuoi. Un senso di, che ti devo dire, non lo so, questa immagine anche di tuo padre, mi ha dato proprio di magia quell'incanto, quel restare così a bocca aperta, che soltanto un'immagine familiare a volte riesce a darti. Sono quelle immagini che ti segnano del tuo percorso di infanzia, riferito alla tua famiglia. E credo che in questo ci sia una grande responsabilità appunto da parte della famiglia. Perché anche attraverso, vedi, qui stiamo parlando anche di cose belle, c'è una grandissima responsabilità da parte della famiglia, perché può creare dei ricordi, può creare passioni, può creare interessi una famiglia. Io per esempio, penso a te, la musica nella tua vita è un interesse che avete coltivato, immagino, anche nella tua di famiglia originaria e tu adesso stai tramandando ai tuoi figli. Quindi c'è una grandissima responsabilità nella famiglia di origine nel futuro di quelli che poi saranno gli adulti del domani, no? Se un giorno, come già ho fatto qualche tempo fa, dovessi portare in video, in live nuovamente, mio padre, ti farei raccontare il culto per l'arte e per la musica che avevano gli Antonelli prima di lui. Cioè i nonni, la famiglia, diciamo, degli Antonelli all'inizio del Novecento. Oltre a essere medici, perché gli Antonelli erano medici militari di periodo fascista, perché quello era il periodo, e poi c'erano molte componenti artistiche. Noi avevamo in famiglia uno zio di mio padre, per tutti zio Ugo, era il tipico zio quello che a Natale, ognuno c'è il suo zio quello che a Natale teneva a banco, il quale immancabilmente usciva con le sue poesie. Mai a sapere che però aveva un repertorio di libri e di poesie in lingua romanesca, in lingua partenopea, quindi una produzione vasta. E un suo fratello, un altro musicista, un altro poeta, uno scrittore. Quindi in realtà io non le ho respirate questo DNA, non l'ho respirato, l'ho solo ereditato. Perché i miei, salvo comprarmi una chitarra con le corde in nylon, cui io ho messo subito le corde in ferro per piegarla, non è che mi abbiano mai spinto. Sì, mio padre ha sempre sentito musica. Però ecco, hai ragione anche tu, la musica è una cosa che segna l'appartenenza, la peculiarità di una famiglia. A casa mia, Elvis Presley, io mi ricordo, ero piccolo, per stare nella culla con le sponde alte, quanto potevo avere? Uno, due anni. Eh sì, Ugo. Forse tre, non lo so. Mi ricordo distintamente un risveglio, forse era pomeriggio, di mio padre che mi arriva dall'alto, mi prende, me lo ricordo distintamente, e mi cantava «Omba, balula, blambambu, tu e i fiori»… Oh, questi imprinting, più i dischi che ascoltavo, hanno fatto di me, hanno tirato fuori questa passione per la musica, no? Ma sicuramente pure a te, qualcosa, qualche strascico di arte legato alla recitazione, alla lettura, alla musica, l'hai pescato da qualche parte, o no? Io sono cresciuta con i racconti di mia madre, in realtà, nel senso che da quando ero piccolina sentivo mamma, cioè mi ha sempre raccontato questa storia, che lei, vabbè, a parte mamma era bellissima, di una bellezza incredibile, e la cercavano, le volevano far fare teatro, le hanno fatto fare radio, le hanno fatto fare… Ciao, amore! Quindi ha fatto radio, ha fatto teatro, aveva una voce bellissima. Tu pensa che lei doveva fare il cantaggiro, mi pare, fosse, al posto di Nada, con… Scusa, con Nada di Lavoro? La nonna non… Con Nada? Ah, con… addirittura. Sì, sì, soltanto che mamma era piccola, la nonna non voleva, e quindi non è andata da nessuna parte, non le ha mai fatto fare nulla. Chissà, magari sarebbe stata Nada, mia madre. Quella ha detto, vuoi andare, Nada? Ma vai, vai. Ma che cazzo vuoi fare? Ma che cazzo vuoi fare? Poi una cosa che… purtroppo a volte ci accavalliamo. Sì, sì, è una conversazione, ecco, perché dovremmo farla veramente live in un salotto. Per non parlare poi dei talenti all'interno delle famiglie, che poi abbiamo scoperto soltanto da grandi, per esempio. Io so che mia madre ha una cultura generale sterminata, che non nasce dall'aver frequentato le scuole IERTE, come dicono al sud, non nasce dalla didattica, dal mondo della scuola, nasce da un'attenzione per il mondo e dall'assorbire come una spugna. Se tu metti mia madre davanti a qualunque quiz televisivo, o a qualunque documentario, oh, le sa tutte. Quindi, per dirti, questa è una consapevolezza… Guarda, stavo per dirti proprio questo. Stavo per parlare proprio di questo anch'io in realtà, perché anche mia madre è così e me l'ha trasmessa questa cosa. Noi guardavamo Il Migliorario e sapevamo un sacco di risposte. E quando ero ragazzina, la gente, quando parlava con me, per esempio, mia madre non è nemmeno diplomata, però quando parlavamo tiravamo fuori dei discorsi incredibili. Ed io che ero ragazzina soprattutto, la gente, apposta l'ho sposata, che meraviglia, si stupiva del fatto che io per la mia età avessi una cultura generale vastissima, una spanna sopra tantissimi altri. Ma perché? Avevo mamma che sapeva tante cose, pur non avendo fatto le scuole, pur non è che avesse studiato, eccetera. Però eravamo tanto, tanto curiose. A me mamma mi ha tramandato quella curiosità che tuttora mi spinge a informarmi su qualsiasi cosa. Per me è quasi una compulsione. Se sento una cosa che non so, io devo andare a vedere che cos'è. E' più forte di me, non ce la faccio? Un termine, un argomento? No, guarda, sai che cosa? Una delle cose trasmesse dalla mia, dalle nostre famiglie. Poi andrei a leggere un po' di commenti perché ce n'è qualcuno carino in realtà. La settimana enigmistica, ce l'hai presente? E come? Quante ne ho consumate? Non tutti sanno che. Ma per insegnamento familiare, a casa mia, accanto al wc, c'è sempre stata la rivista, il libro, la cosa da leggere quando non c'erano i cellulari. C'è sempre stato qualcosa di cui inutilizzarsi. Persino la settimana enigmistica con lo sapevate che era la rubrica. Poi i libri, perché all'epoca quando bussavano quelli che vendevano le enciclopedie, le nostre famiglie aprivano le braccia a questi venditori perché ci trasmettevano cultura così. Quindi noi siamo cresciuti non chattando, chattando, ma sfogliando il libro sugli animali, il libro sull'anatomia del corpo umano. Perché io se sono andato a cercare le fattezze degli organi genitali degli uomini e delle donne, e mica l'ho cercato su internet, l'ho cercato sfogliando le enciclopedie, quelle adulte, quelle generiche. Voglio dire, quindi vedi che cosa ci hanno lasciato come imprinting, proprio la cultura, la voglia di cultura. Altrimenti i nostri tavoli non sarebbero pieni di libri e di carte come sono in questo momento. A casa mia i libri non sono mai mancati. Non li leggeva nessuno però, perché i miei genitori non leggono, per problemi anche di vista, anche di tempo, perché comunque papà lavorava tutto il giorno, eccetera. Non leggevano però avevamo casa sempre piena di libri e di enciclopedie, e io passavo il tempo a leggere le enciclopedie. E poi ho iniziato a comprarmi i libri che chiedevano a me. Mia nonna, dice Federica, invece per chiudere la porta o so chiudere la porta diceva serra la porta o marra la porta. Marra sta per barrare, chiudere, marra la porta, diciamo noi abrinzi. Marra la porta perché è latianese, se non erro la nonna, correggimi Fede. Da noi, anche se di Milano, si parlava più il veneto della nonna paterna. Perché anche l'incedere, l'inflessione era famiglia, anche quello. Perché poi magari si parlava in italiano, però poi sai quell'inflessione. Mamma quante cose mi state facendo ricordare, dice la tua socia. Mio padre da sempre quando gli chiedo papà cosa hai mangiato oggi? Acqua cauta con la furcina. Sì, anche da noi con la forchetta. Brodo con la forchetta sarebbero, per dire cosa hai mangiato. Elisa, vai, leggi tu Myra. Passa tutte le tre generazioni indietro, figurati. Normale amministrazione. Quanti aspetti belli ci sono. Mia mamma faceva così con i quattro sorellini, prima di chiamare una chiamava tutte. Io lo faccio ancora, anzi addirittura ho Christian qui che può testimoniare. Come ti chiamo a te di solito? Mattia. Mattia. Lo chiamo come mio fratello. No, Mattia di più. E a Dada la chiamo come mia sorella, Anì. Soprattutto quando mi arrabbio. Qua è Freud, qui è Freud. Ed è bene che Freud non entri in gioco con Carla Cezza, dice tra i miei antenati avevo un boia, ma non ci tengo a trasmettere questa capacità. A casa mia, insieme a Tex, si leggeva. Federica, io tuttora divoro la settimana enigmistica, non parliamo delle barzellette, le ultime parole famose. Sul comodino io avevo i promessi sposi, ecco, della viva voce di mio padre. Ho sempre avuto i promessi sposi sul comodino. A casa mia rimane tutto in particolare sul comodino. Guarda, ora che mio padre legge questa cosa di Carla. Carla dice, a casa mia rimane questo buongiorno, sveglia, giù dalle brande, tramandato dal mio papà ex militare, e quando ce lo diceva era una festa perché significava che era a casa, finalmente. Quindi vedi, la tianese doc, la nonna di Federica, conferma, marra la porta. Quindi vedi, alla fine, allora, questa è una sorta di imprinting che ci viene lasciato dalle nostre famiglie, no? Ma anche a livello emozionale. Si creano proprio dei ricordi che poi ci condizionano, cioè nei modi di fare che assumono i nostri genitori nei nostri confronti, i rapporti che si creano tra fratelli, eccetera. Poi creano la persona che tu diventi d'adulto, perché è un imprinting l'ambiente familiare che ti viene dato in quel momento. Infatti, cioè, dal rapporto che abbiamo con la nostra famiglia, sia di origine che anche allargata, quindi nonni, zii, eccetera, possono nascere, come dicevamo prima, le passioni, gli interessi, ma anche traumi e solitudini. Quindi andiamo a vedere anche il rovescio della battaglia di questo aspetto. Perché sono anche legami e sono argomenti che ci restano, soprattutto poi con le persone, no? Ci restano anche dopo che i rapporti si sono interrotti, perché ci sono stati magari dei litigio, perché una persona è passata a miglior vita. Sono quei legami che condizionano la nostra esistenza anche quando quel rapporto non c'è più. Anche con persone in vita, magari un litigio familiare, quante ne sentiamo di fratelli che non si parlano, madre e figli, quindi genitori e figli che non si parlano. E quelli sono rapporti che condizionano la nostra esistenza. Quindi, famiglia con la lettera G, ma famiglia anche magari con la lettera piccola, perché può avere un svolto anche negativo nella nostra esistenza. E la persona che noi siamo oggi deriva anche dal peso che la nostra famiglia ha sulla nostra esistenza. Tipo, quando per esempio si fanno i tra i figli e i figli di altri. Oppure il peso di un'eredità lasciata dalla famiglia su di noi, quindi il peso che uno sente di un'eredità che ci viene lasciata. L'aspettativa di un genitore che ha nei nostri confronti. Quindi, il ruolo che noi abbiamo, che noi ricopriamo all'interno della famiglia, lo sentiamo veramente nostro? O lo ricopriamo per andare a soddisfare quell'eredità che pensiamo di avere, quel ruolo che pensiamo di avere agli occhi della nostra famiglia? A volte si scopre di essere una persona completamente diversa da quella che siamo state per anni, soltanto perché lo volevano altri e noi no. Come la vedi? Non hai aperto una porta, hai aperto proprio le porte della reggia di Venaria. Perché tutti pensavano Caserta. Adesso ci sono i social, siamo raggiungibili. Mio figlio è in gita, è partito questa mattina alle sei. In questo momento si trova a Rimini. Sono andati a Gradara, saranno alla tomba di Dante, eccetera. Ci sta mandando in tempo reale le foto, lo vediamo sorridente con gli amici, con i compagni. Ci sono i video, sappiamo cosa sta dicendo, come ridono, come è inserito in quel contesto sociale. Prima i social non c'erano. Quindi ognuno di noi all'interno della propria famiglia era in un certo modo, quindi noi i nostri familiari, così come noi ai loro occhi, siamo conosciuti nella cerca familiare per quell'aspetto. Poi magari quando partivi militare, oppure magari quando eri in gita con gli amici, eri magari una persona diversa, magari in casa apparentemente musone, poi con gli amici eri un capobanda. Che significa questo? Che in realtà ci sono dei ruoli che ognuno di noi gioca all'interno della propria famiglia, che servono per rendere, per rafforzare, per perpetuare lo spirito di quella famiglia. Cioè se a casa mia non si è mai parlato il dialetto, non che parlare dialetto sia una cosa disdicevole, ma se a casa mia non c'è mai stata l'abitudine di parlare, io a casa mia non l'ho mai parlato in dialetto. Perché in quel contesto, uscendo con gli amici, era facile che quello che non mi passasse il pallone era ricoglionito. Ma che cazzo sta a faci? Con l'amico la fuoriuscita in dialetto la fai? A casa no. Non perché uno abbia una doppia personalità, ma perché effettivamente ognuno di noi è il pezzo di un puzzle all'interno di una famiglia. A casa mia i miei genitori sono vestiti di tutto punto, sempre. Anche se hanno il pigiama, o la camicia da notte, la giacca da camera, il foulard, sono sempre stati così. E io a casa mia anche se magari da militare d'estate ero a torso nudo, io a casa mia ho sempre tenuto la maglietta addosso. Non perché ci sia una regola, ma perché ognuno di noi è il pezzo di un puzzle, di un'educazione, di una condotta che merita di essere perpetuata. E' chiaro che poi, quando ero con i miei amici, gli altri erano denudati e io avevo quantomeno la canotto e la maglietta. Mi distinguevo magari, no? Perché mi dicevano da espole. No, io avevo quella forma mentis. E siccome il buon gusto è educazione, questo lo deve la mia famiglia. Quindi anch'io quando sono a casa, difficilmente, se suona il corriere, io sono pronto e scendo. Perché in genere devo solo indossare le scarpe. Non sono mai, sai, messo con combinazioni strane. Ti sto parlando di una cosa stranissima, forse, che non c'entra nulla con quello che dici. Però, all'interno della famiglia, ognuno occupa un tassello e un ruolo. Ed è bene che sia così, altrimenti il concetto di appartenenza, di famiglia, i valori che ci hanno trasmesso, si depauperano, si inquiniamo con personalità che magari al di fuori della famiglia abbiamo, che non significa essere persone buone dentro e cattive fuori. Ma è proprio la conservazione del valore. Cioè, se tu giochi con la Juve, non puoi giocare quella partita con la maglietta fucsia. Tu giochi con la Juve e lo spirito appartenenza, anche per riconoscere, vuole che tu indossi la maglietta con le bande bianche e nere o la maglietta alternativa. Non ti sembra limitante questa cosa? Nel senso che tu, magari, guidi con l'esempio. Nel senso, io mi vesto così sempre, ho quest'abitudine di stare in vestaglia, quindi automaticamente i miei figli mi conservano e acquisiscono l'abitudine. Ma nel momento in cui, invece, un determinato comportamento diventa imposto, non vai a snaturare la personalità di quella persona. Ti faccio un esempio. Se la mia famiglia, da me, si aspetta che io sia sempre perfetta, sempre composta, sempre in una certa maniera, non vai a limitare la mia personalità e la mia possibilità di essere come sento? E quindi causi in me la paura di esternare qualcosa di diverso che io, invece, sento di avere dentro. Ti ho capito perfettamente, però c'è un confronto fra epoche anche da fare su questa cosa. Ti ho capito perfettamente e sono d'accordo con te, però pensa a questa cosa. Esageriamo. Tu hai una ragazzina diciottenne, ormai maggiorenne, ha anche fatto un tatuaggio bellissimo con la frase di Walt Disney che mi hai mostrato, bellissimo, se puoi sognarlo puoi farlo. Se tua figlia sta seduta sul divano, divaricata, stravaccata, tu che sei in casa sapendo che c'è anche il fratello e il papà, le dici, non stai limitando nulla, stai dando un'imprinting. In molte famiglie che magari il figliolo torna da casa e si accende la sigaretta in camera, ognuno è libero, la libertà di ognuno inizia la libertà degli altri, però fa parte di uno schema educativo quello di evitare che la persona possa sentirsi libera e realizzata solo quando magari si accende la sigaretta. Sto facendo proprio degli esempi estremi perché i genitori secondo me hanno una responsabilità che non è quella di controllare, è quella di accompagnare la personalità di un figlio che può prendere mille sfaccettature provando a dargli un assetto che sia sicuro, che sia chiaramente rispettoso del buon gusto, dell'educazione al cospetto degli altri. Perché non c'è nulla di male che mia figlia, se sta sola a casa sua, seduta sul divano, si metta stravaccata anche se c'è la minigolla, si metta così. Se sta da sola probabilmente, ma probabilmente le nostre figlie performamenti, se non fanno nessun sacrificio, magari a girarsi un pochino a me perché non fanno nessun sacrificio. Quindi io ti parlo di una educazione non forzata. E' chiaro che non posso impedire a mia figlia, se vuoi farci il ciuffetto biondo qui, non mi sognerei mai di dirti il ciuffo biondo non mi piace, rimani mora oppure rimani castana. Quella sarebbe una violenza. Però sai, le famiglie servono per, non per vigilare, servono per crescere insieme. Non so se era questo quello che stavi dicendo, però limitare no, ma crescere insieme sì, autodisciplinarci. Poi il nostro lavoro di network richiede proprio che ci sia un miglioramento giorno dopo giorno. E se c'è un'involuzione nel costume, un'involuzione nel parlato, un'involuzione negli affetti, un'involuzione nel secondo me ci possiamo aiutare a vicenda per correggerci. Mi riferivo a un discorso di buona educazione, quello è chiaro, dovrebbe essere alla base di tutto. Mi riferivo proprio a un discorso di limitazione anche nel modo di pensare o di decidere. Per esempio il discorso di dire no, tu quella scuola non la devi fare, non puoi fare il liceo artistico, perché il liceo artistico, ti sto facendo un esempio banale, è la scuola di quelli che non faranno mai un cavolo nella vita, tu devi fare il liceo classico, tu sarai dottore come tuo padre, tu sarai così perché lo dico io. Mamma, ma io voglio fare la cantante. No, la cantante tu non la puoi fare perché non farai mai un cavolo nella vita. Quindi andare a limitare la mia possibilità di esprimere una mia creatività, di esprimere una mia personalità, di esprimere quello che io magari voglio essere in futuro, perché tu genitore non comprendi il mio modo di essere. Quindi io in questo vedo la limitazione della famiglia disfunzionale anche. Di come può fare una persona completamente diversa da quella che potresti essere destinata ad essere. Assolutamente, sono d'accordissimo, è come quando le persone dicono è successa questa cosa, ma no, è vera, l'hanno detto sul giornale. Non è detto che ciò che dice la famiglia o ciò che dice un genitore sia, come dici tu, funzionale al benessere futuro della persona, perché poi ci sono dei meccanismi, come quei genitori che desiderano che il figlio diventi campioncino di calcio, perché tu proietti su di lui ciò che tu genitore avresti voluto essere da ragazzo. Quindi alla fine cosa fai? Vai a creare una distorsione. Si può accadere questo, però è sempre questione di DNA. È vero che le cellule mutano e c'è una casualità nella mutazione delle cellule, ma se la famiglia ti ha cresciuto con un certo valore, probabilmente tu duplicherai quello stesso valore. Poi è chiaro che a volte si rompe il meccanismo. Magari c'hai un papà che ti picchia con la cinta se metti il rossetto e magari ne nasce un figlio che sarà un bravo papà o un papà libertino, quindi può accadere qualcosa nella catena. Però è vero quello che dici tu. Nel nome della famiglia fino a un certo punto, finché non si va poi a minare o a deviare le ambizioni a patto che siano migliorative, che siano di buon auspicio per il futuro delle persone. Assolutamente sì, perché molte volte ci si trincera. Il padre non la fa uscire, ha detto il padre che non può uscire. Oppure il figlio si metterà in una serie di cose. Fino a vent'anni fa c'era. Mia figlia uscirà con gli amici soltanto il giorno in cui si fidanzerà. Ma che cazzo è il discorso? Oppure il figlio il cellulare lo avrà a 17 anni. Purtroppo mi dispiace, devi cedere. I ragazzi, affinché siano a passo che tempi arrivino preparati al mondo della sopravvivenza, devono imparare a usare i social quanto prima possibile, purtroppo. Quindi anche qui il grande ruolo della famiglia. Ci sono commenti? Sì, Federica dice l'eterno confronto e paragone con i cugini. A voi è capitato? A me devo dire no, come confronto. Non mi è mai capitato. Sì, quello c'ha i capelli, adesso tu no. Adesso ho piegato. Ordine. Elisa, indirizzare verso quello che pensiamo la retta via, ma senza cambiare lo spirito del proprio figlio. Perché uno spirito nuovo, magari anche ribelle, è migliorativo per il DNA della famiglia, che ne sai. Esattamente. La pecora nera della famiglia molte volte invece può spezzare una catena e può migliorare un discorso, piuttosto. Io sono orgogliosa di essere una pecora nera della famiglia. Perché io sono diversa da tutti. Dolly, sei Dolly tu. Mio padre faceva sempre i confronti, le cugine sembravano sempre meglio di noi. Ti cazzi, direi. Allora mio padre, devo dire che non si può imporre uno stile un figlio in famiglia. Basta solamente dare gli esempi migliori senza ridurre la convivenza a regime da caserma. Naturalmente ogni tanto occorre usare il volante perché l'auto vada dritta. Eh sì. Quello assolutamente sì. Beh ragazzi, il mio primo capodanno ho festeggiato con il mio attuale marito. Avevo ventidue anni, sono dovuta rientrare alle zero zero e trenta. Da me c'era proprio il coprifuoco. Eh lo so come ti capisco. Non dobbiamo vivere la loro vita. Io ero la pecora nera della famiglia, dice Monica. Eh io lo sono da sempre perché ho sempre avuto diciamo una mente creativa sotto tanti punti di vista, sempre un pensiero diverso dalla dalla massa. Io me ne sono sempre fregata. Quando dicono quella gente cosa deve dire? Io non mi sono mai posta il problema di quello che potesse pensare la gente. Se sapevo che non stavo facendo niente di male poi fondamentalmente no? Quindi non mi interessava. Come quando sono andata via di casa a ventitré anni, mio padre l'ha vista come una fuga. Cosa penserà lì? Io non io non sono scappata di casa. Io sono andata incontro a un mondo ben diverso. Lì dipende molto dall'apertura mentale, anche dall'esperienza di vita che uno è il bagaglio di ognuno di noi, l'esperienza di vita. Ma lui lo diceva che è andato via a 16 anni. Ah ecco, è quello, eh beh sì. È un po' come quelle famiglie che impediscono ai figli di uscire con gli amici perché deve stare dentro casa. Esce quando dico io, poi la prima uscita la ragazza torna in stato di gravidanza e viene a scoprire che sua mamma era rimasta incinta a 13 anni. E quindi capisci che una certa costrizione, una condotta, un regime causi una reazione dall'altra parte che è proprio evitativa poi della disciplina che dai e quindi è un duro mestiere. Guardami un esempio bellissimo tra l'altro questo, anche perché fa parte degli schemi familiari. Quante famiglie ci sono che sono così, che sembra quasi un ripetere la storia dell'altro? Magari tu non la conosci la storia della tua bisnonna, per esempio, perché non te l'hanno mai raccontata, eppure a un certo punto ti ritrovi a vivere le sue stesse esperienze. Sembra quasi un discorso karmico, no? C'è una cosa molto interessante che dice che noi prima della nascita scegliamo la famiglia in cui arrivare, scegliamo i genitori, anche i genitori disfunzionali, perché ci serve per fare un determinato tipo di esperienza, che ci serve per la nostra evoluzione. E a volte questo tipo di esperienza può servire anche proprio per spezzare meccanismi karmici di una famiglia. La pecora nera che ti spezza, chiamiamola la maledizione familiare, no? Eh sì, è un'autocorrezione della natura. La natura ogni tanto cambia i suoi corsi, fa accadere delle frane, perché muti il paesaggio magari funzionale, perché tra un milione di anni di lì dovrà passare un ruscello che dovrà poi dare acqua ad una nuova comunità che dopo l'estinzione della nazionale, insomma, è veramente un mondo infinito. Adesso, prima di leggere il commento di Monica e di Carla Cez, mi è venuta in mente un'altra cosa che poi potrebbe essere un tema che da profani potremmo affrontare. Poi andiamo verso la chiusura. Dico una cosa che non c'entra nulla. Scorrendo TikTok oggi, mi sono imbattuto in un video di una medium che racconta per filo e per segno che cosa c'è dopo la morte, ed è la prima volta che sento raccontare questa cosa. Dopo la morte c'è una vita molto simile a quella che viviamo qui. Molto simile. Fatta, tolte le sensazioni di rabbia, invidia, eccetera. Soltanto tutto molto più indorato, senza i brutti sentimenti. Ma è fatta di persone che lavorano. Cioè questa racconta, e ho fatto poi una verifica incrociata, è una cosa molto sottoscritta, che nell'aldilà ci siano le persone, come siamo noi, che si ritrovano nel proprio nucleo familiare, o che si ritrovano con le persone, eccetera, che lavorano. C'è chi fa il segretario al servizio delle anime che devono compiere una certa evoluzione. Ecco, infatti, se poi ti manderò il link, perché sarebbe bello farne una puntata senza trascendere nel profano o in quello che non conosciamo, però c'è il racconto di un'affettività nata sulla vita, sulla vita terrena, che prosegue perfezionata nell'aldilà. Quindi, se tu hai un ruolo, sei un medico qui, è facile che tu lì faccia un medico, beatamente, senza problemi di stipendio, di orari, molto più rilassato, ma al servizio di altri, altri disincarnati. Quindi, per dirti cosa, che in realtà quello che costruiamo all'interno delle nostre famiglie non possiamo sciacquarcelo togliendoci il sangue. E quindi torniamo all'origine di questa puntata. Anche se qualcuno scappa da una famiglia, qualcuno evade o qualcuno prende in largo quell'imprinting, quell'impronta, quel senso di appartenenza interrotto, quell'energia te la porti sempre dietro, negativa o come dolce ricordo. Quindi la famiglia è fondamentale perché fa di noi ciò che siamo e anche ciò che non siamo diventati. E tutto dipende dall'imprinting che abbiamo negli anni in cui viviamo con le persone che ci formano, se ci pensi. Anche quelli che ci abbandonano, che ci lasciano, che ci deludono, che se ne vanno, pesano tanto quanto quelli che ci educano e continuano a damarci. Ecco perché dovremmo imparare a discernere." LM:" Certo, ma infatti, guarda, una frase che avevo trovato, tra le tante da cui volevo prendere spunto, era proprio questa. La nostra vita si basa anche sulle assenze, perché chi non c'è diventa qualcuno con cui misurarsi. E' bellissima questa frase. Comunque ci sarebbe stata la nonna, non avrebbe voluto, dai apparecchiamo bene come piaceva la nonna. Quella è lezione di vita che si perpetua per un'energia, un ricordo, un'energia che resta, un pensiero, un'energia che resta. Ogni cosa emana un'energia, figurati se non l'emana un'anima o una persona. Ecco perché la famiglia è proprio un'apoteosi, un incontro di energie che non si staccano mai, perché lo sappiamo che le aure viaggiano infinitamente, si intersegano, ma anche se si dovessero disintersegare, si sono condizionate. E' come quando tu mischi i colori, come fai poi a togliere il giallo dal verde che era diventato blu. Quindi è importante avere una famiglia e una responsabilità, altro che avere un team. Avere un team sono tante famiglie messe insieme, con tanti mondi, ma avere una propria famiglia ha un carico di responsabilità notevole, perché puoi migliorare il mondo o lo puoi far degenerare. La cosa fondamentale però è saper guardare con obiettività tutto questo, riconoscere quali sono le cose positive e i legami invece negativi che ti restano e che ti condizionano. E su quelli però bisognerebbe lavorare, perché altrimenti tu non fai altro che perpetuare quelle cose negative attraverso le generazioni, perché tu automaticamente lo passerai ai tuoi figli e i tuoi figli lo passeranno ai loro figli. Se non spezzi la catena, automaticamente non c'è evoluzione. Il tossico si perpetua. Assolutamente sì. Però bisognerebbe non perpetuare il brutto, il disfunzionale che comunque c'è in tutte le famiglie, chi più chi meno. Diventa un grande gioco di osservazione e di lavoro su se stessi questo. Ma qui si aprirebbe un capitolo troppo grande. Io, avendo frequentato molto l'ambiente della spiritualità, è un discorso che meriterebbe, ma non basterebbe una puntata di Leaderbook. Ci vorrebbero bene altre competenze sicuramente. Assolutamente sì. Va bene. Io direi di chiudere. Carla racconta che i suoi le hanno dato sempre la possibilità di scegliere. Una cosa che ho vissuto male è stato il pensiero degli altri che preoccupava mio padre. Quindi il padre diceva, occhio a non tagliarti i capelli corti o dieci orecchini, chissà cosa possono dire. Però ora da grande ho capito che mi ha evitato tante cazzate. Le cose a cui tenevo le ho fatte da grande con la giusta consapevolezza. La parola consapevolezza è una grande cosa. Non c'è fretta. I miei mi hanno sempre detto non c'è fretta per crescere. A parte quello che mio padre mi ha sempre detto, l'automobile vuoi l'automobile? Sì ricordati che l'automobile sono tanti pezzi di ferro messi insieme. Quindi io quando guido penso sempre che una ruota possa andarsene. Non è pessimismo, è consapevolezza. È detta nella giusta maniera, mi ha salvato la vita miliardi di volte. Probabilmente invecchierò e morirò di altro. Non morirò certamente di una ruota che mi si stacchi e che è fatale perché vado a 950 km all'ora. Perché vado molto più piano, perché la macchina sono tanti pezzi di ferro messi insieme. E se ci pensi? Altro che 10 enciclopedia come quelle che ho alle spalle. Basta una cosa del genere per salvare la vita dei nipoti, dei nipoti, dei nipoti, dei nipoti e far sì che vadano dall'altra parte da medici e non da pazienti. Sarebbe bello fare una puntata su questo tema molto interessante. Chissà, del cilindro magico animico della nostra Mayra. Chissà che un giorno venga fuori qualcosa sulle vite passate, presenti, future. Che è una cosa che ci piace molto. In periodo di Pasqua lo eviterei perché insomma non è molto cristiano. Come il concetto della cremazione. Io vorrei essere cremato per diventare clessidra. Pare che non sia cristiano come come concetto. Troveremo un escapotaggio, vediamo un pochettino. Vediamo che cosa sarà di me. Non è cattolico. Sì, proprio che è cristiano, sì cattolico. Ma tante cose non sono cattoliche. Va bene. Grazie Mayra per questa chiacchierata lunga e bella. Mi è piaciuta molto. Grazie a chi ha partecipato. Grazie a tutti. È sempre bello leggere i commenti. Bellissimo, è arricchente, ci piace. Stiamo trovando sempre più la direzione per fare qualcosa di interattivo con gli amici. Grazie Carla e grazie a chiunque è intervenuto e interagito con noi. Ci vediamo giovedì prossimo perché siamo a prepartenza. Vediamo, vediamo, vediamo. Ci ragioniamo. Allora grazie da parte di Melina e da parte di Gina. Bellissima puntata, grazie. Grazie Mayra. Domani mattina alle 8.45 ci vediamo con il nostro leader. Assolutamente. Grazie, grazie di cuore. Ciao. Grazie Maria, ciao. Aspetta che trovo la sigla finale. Ecco, l'ho trovata. Ciao.

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