Mario Antonelli
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Zinédine Zidane, partire e scegliere quando fermarsi

Da Marsiglia ai titoli con la Francia, dai tre Campioni consecutivi in panchina al ritorno come commissario tecnico: Zinédine Zidane raccontato attraverso partenze, un infortunio mondiale e una rinuncia al vertice.

26 ottobre 2026

Zinédine Zidane
Zinédine Zidane ( Power axle , CC BY 2.0, via Wikimedia Commons)Licenza: CC BY 2.0Power axle, CC BY 2.0

C'è una credenza diffusa secondo cui chi vince deve continuare a vincere nello stesso posto, fino a che qualcun altro decide per lui. L'alternativa esiste, ed è molto più difficile: fermarsi quando si è in cima, non per stanchezza dichiarata ma perché si sente che il ciclo è finito.

Zinédine Zidane lo ha fatto, e non una volta sola. La sua carriera, giocatore prima e allenatore poi, è anche la storia di partenze scelte nei momenti più inopportuni per partirsene.

Chi era

Nasce il 23 giugno 1972 a Marsiglia, figlio di immigrati algerini, e cresce nel quartiere della Castellane. Dopo il calcio giovanile nell'area di Marsiglia passa al Cannes, dove completa la formazione prima dell'esordio in prima divisione.

Nel 1996, dopo la finale di Coppa UEFA col Bordeaux, si trasferisce alla Juventus. Nel 1998 vince il Mondiale con la Francia e il Pallone d'Oro. Nel 2000 arriva anche il titolo europeo. Nel luglio 2001 passa al Real Madrid, e nel 2002 vince la Champions League segnando il gol decisivo in finale.

Il punto di svolta

Nel 2002 arriva anche una prova di come si gestisce un colpo di sfortuna al momento peggiore. Il 26 maggio si infortuna alla coscia nell'amichevole contro la Corea del Sud, tre giorni prima dell'inizio del Mondiale che la Francia parte per difendere. La federazione annuncia la sua assenza nelle prime due partite del torneo. Torna poi in campo, e la sua squadra va avanti: il racconto non serve a cambiare la storia, ma a mostrare che anche un Mondiale può cominciare con un problema.

La parte meno prevedibile arriva dopo. Da allenatore del Real Madrid, tra il 2016 e il 2018, vince tre Champions League consecutive. Poi, il 31 maggio 2018, cinque giorni dopo la terza, lascia la panchina. Lo spiegò così: lui e la squadra avevano bisogno di un cambiamento, e manifestò dubbi sulla possibilità di continuare a vincere restando. Un ragionamento che da fuori sembra azzardato — si va via dopo il massimo risultato possibile — e che dentro era semplice: le cose cambiano comunque, meglio scegliere quando.

Il 28 luglio 2026 la Federazione francese annuncia la sua nomina a commissario tecnico della Francia per quattro anni, fino al Mondiale 2030, con entrata in carica il 1° agosto. Nell'annuncio ufficiale c'è una frase che dice il rapporto con quella maglia: «Je l'ai souvent dit : il n'y a rien de plus grand que l'Équipe de France» — l'ho spesso detto: non c'è niente di più grande della Nazionale francese. Il 2 ottobre, nel resoconto della federazione, i Bleus pareggiano 1-1 con l'Italia in Nations League: la pagina nuova è cominciata da pochi mesi, e ancora tutta da scrivere.

Cosa possiamo prendere da lui

Prima cosa: la formazione può richiedere una partenza prima del riconoscimento pubblico. Zidane lascia Marsiglia per Cannes quando nessuno lo conosce, e quel passaggio — lasciare il posto dove cresci per il posto dove cresci davvero — è di una banalità apparente che decide carriere intere. Molte persone restano nel posto sbagliato per fedeltà al posto giusto.

Seconda: un successo non rende obbligatoria la permanenza. Tre Champions consecutive e cinque giorni dopo, la panchina si lascia. Non è una regola da copiare: è la dimostrazione che il vertice di un ciclo non è un obbligo da presidiare. Chi è capace di fermarsi quando va tutto bene probabilmente ha capito una cosa che molti capiscono solo quando va male.

Terza: cambiare ruolo significa assumere responsabilità diverse, non ripetere la stessa carriera. Da calciatore vince la Champions come uno dei ventidue; da allenatore la vince tre volte decidendo dalla panchina; nel 2026 prende in mano una nazionale con una finestra di quattro anni davanti. Ogni passaggio ha cambiato le domande a cui doveva rispondere.

Alla fine, la frase che resta di Zidane non riguarda i trofei ma il tempo. La carriera di chi dura non si misura da quanto resta, ma da come sceglie i propri momenti. E una scelta — partire, fermarsi, ricominciare — fatta nel momento sbagliato rispetto alle aspettative degli altri, può essere esattamente quella giusta.

Riferimenti

Questo contenuto è stato realizzato a partire da fonti reali e autorevoli, con il supporto dell’intelligenza artificiale generativa e la supervisione della redazione.

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